Counseling Psicologico

L’autolesionismo nell’anoressia nervosa

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Un corpo odiato, vissuto come deforme, un corpo da distruggere, assottigliare, offendere, annullare; un corpo erroneamente percepito, che diviene il bersaglio di ogni insoddisfazione e senso di colpa. Un corpo che diviene lo strumento di comunicazione di ogni sofferto disagio e di ogni paralizzante bisogno di attenzione, mai dichiarato, mai chiesto, ma sempre agognato nel silenzio.

Questo, ormai lo sappiamo, è il quotidiano tormento vissuto da ogni ragazza anoressica.
Non è purtroppo lungo il passo da qui all’autolesionismo, ed anzi è indispensabile far notare come spesso la prima costituisca un richiamo irresistibile per il secondo.

Nelle prime descrizioni della sofferenza anoressica veniva sottolineato il “silenzioso” assottigliamento attraverso cui il corpo viene martoriato, annullato, semplicemente lasciandolo morire.

Gli studi più recenti, condotti attraverso una purtroppo sempre più ampia casistica, hanno invece mostrato come spesso il raggiungimento dell’obiettivo possa subire in certi casi un acceleramento perseguendo ulteriori strade alternative, in particolare quando il disturbo sfocia verso un polo psicotico.

Ferire il proprio corpo significa agire, con cruenta volontà distruttiva, verso il raggiungimento dell’obiettivo primario, a volte persino compulsivo, dell’autopunizione.
L’autolesionismo può presentarsi sia come una conseguenza dell’angosciante vissuto dismorfofobico spesso presente nell’anoressia, sia come uno dei mezzi più efficaci per proseguire verso la distruzione del proprio corpo.

La dinamica che sottende questa pratica non è sostanzialmente dissimile da quella che sottende il vomito che si presenta tanto come pratica compensatoria , quanto come un ulteriore momento in cui si infierisce contro sé stessi. Il valore simbolico del rivolgimento contro se stessi, è persino più pregnante di quello del vomito, e la sua maggiore “visibilità” – pur in contrasto con il mito dell’invisibilità – lo rende persino più soddisfacente per la ragazza anoressica accanita contro se stessa. D’altra parte, le zone più “battute” sono in genere braccia e gambe, per la loro minore visibilità all’esterno. Lo scopo delle ferite non è infatti quello di “essere viste” dagli altri; al contrario questo genera un senso di vergogna elevatissimo, perché impone sé stesse all’attenzione dell’altro, il che per una ragazza anoressica rappresenta una ulteriore colpa da espiare. Il senso simbolico delle ferite non è infatti mai rivolto all’esterno, ma sempre e soltanto all’interno.

FERIRSI : UN MEZZO COME UN ALTRO PER RAGGIUNGERE UNO SCOPO

Ferirsi diviene dunque un semplice mezzo, esattamente come il digiuno o come il vomito, per raggiungere uno scopo , che si tratti dell’annullamento di sé o dell’autopunizione.
Nel primo caso, è abbastanza evidente che ferire il proprio corpo rappresenti un modo in più, per la ragazza anoressica, per mutilarne delle parti, per renderlo ancor più “leggero” e “punirlo” per la sua consistenza fisica. Tuttavia questa cruenta pratica può anche trovare una spiegazione nel costante bisogno di punire sé stessa , a seguito di un pasto o di un gesto qualsiasi che abbia, per qualche verso, scatenato un senso di colpa. Per questa ragione questa pratica è tanto più comune tra coloro che, tra le ragazze anoressiche, siano state educate con mezzi rigidi e coercitivi che prevedevano anche l’uso della punizione corporea.

Le cicatrici rappresentano , nel simbolico anoressico, la visibile testimonianza dell’autodisciplina, ed assolvono ad una funzione di rassicurazione circa il proprio essere stata ancora una volta “impeccabile”. Nel simbolico di questa pratica ricorre ancora una volta il bisogno di agire l’idea di un corpo incontaminato, ed eventualmente ferito e barbaramente punito ad ogni eventuale “cedimento” o rischio di “contaminazione”, laddove tutto ciò che è frivolo, leggero, spensierato, indulgente ed eventualmente piacevole, diviene oggetto di colpevolizzazione, richiedendo una punizione immediata.

Se è vero, infatti, che il bisogno che maggiormente sottende il disturbo, è quello di rendersi invisibili per non pesare sugli altri, è altrettanto vero che l’autopunizione – pur nel suo sconcertante impatto visivo – costituisce il mezzo, più inequivocabile che mai, per esprimere a chiare lettere a sé stessa quell’incessante “controllo” che ogni ragazza anoressica sente il bisogno di esercitare.

UN CONTROLLO INSTANCABILE…

La parola “CONTROLLO” non dovrebbe mai sfuggire all’attenzione di chi voglia conoscere e comprendere meglio la natura del disturbo; essa costituisce infatti una importantissima chiave di lettura per la sua centralità nel quotidiano agito da ogni ragazza anoressica.

Vi è una sorta di “minimo comune denominatore” tra restrizioni alimentari, compensazioni eliminatorie ed autolesionismo, ovvero il CONTROLLO delle proprie pulsioni vitali, il CONTROLLO dell’aumento ponderale, il CONTROLLO della crescita delle dimensioni del corpo, il CONTROLLO delle sensazioni piacevoli che possono scaturire da un pasto o semplicemente da un’emozione. Un controllo esercitato in modo totalizzante ed incessante, che spesso finisce con l’investire anche la sfera sessuale; non è infatti raro che l’anoressia generi una caduta degli appetiti sessuali, che può cronicizzarsi fino all’anorgasmia (incapacità di provare piacere sessuale).

Essere anoressica significa essenzialmente “stare sotto controllo”, mortificare ogni diritto vitale, punirsi senza sosta, privarsi di ogni più piccola gratificazione, e mantenere il controllo di questa perenne privazione, rendendosi consapevolmente e volontariamente “boia di sé stessa”.
Da un punto di vista più strettamente fisiologico, inoltre, il dolore fisico può rappresentare la stessa identica dinamica del “mordersi la lingua” quando si sente un dolore : causarne uno maggiore che però sia sotto il proprio controllo e al tempo stesso distolga l’attenzione dal dolore precedente, che è incontrollabile perché causato da qualcosa di esterno ed ingestibile. In poche e più semplici parole, ferirsi è un modo per guarire un dolore con un altro dolore più forte. Un dolore dell’anima che viene affievolito da un dolore del corpo, che si ha la consapevolezza di poter gestire e controllare “manualmente”, come se si trattasse, banalmente, di manipolare un termostato.

Il termostato delle emozioni, dei piaceri, di quei momenti di vita che rappresentano però, all’interno della dinamica della colpa, dei momenti di “debolezza”, dei “peccati”, dei “cedimenti” da compensare e ripagare a caro prezzo, fosse anche con la tortura fisica, con la pena corporale, pur di rimettersi in una posizione di credito con il mondo.

Un credito che si ha il bisogno di mantenere sempre “aperto”, non per rivendicarlo in qualche momento, quanto per sentirsi, ancora una volta, “abbastanza buona” nei confronti di un mondo che ha fatto sempre sentire ogni ragazza anoressica “inadeguata” e, al limite, anche “cattiva”

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