Counseling Psicologico

La terapia del “Fare”

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Con il termine “riabilitazione” indichiamo quel processo socio-sanitario integrato che promuove sia l’acquisizione che il recupero di competenze o “attività“ dell’individuo, attraverso un lavoro che può svolgersi da un lato sulla persona, mirando all’incremento delle capacità individuali, dall’altro sull’ambiente, incentivando quelle facilitazioni da esso provenienti che possono consentire l’ottimizzazione delle performances del soggetto e della sua partecipazione sociale (Ba G., 1997).

Tale definizione include quindi il concetto di “abilitazione”, intesa sia come facilitazione all’acquisizione di nuove competenze secondo un modello di tipo educativo, sia come modificazione del contesto al fine di renderlo agibile per il disabile (Soresi S., 2002).

Il concetto di ri-abilitazione porta a riconsiderare tanto la nozione di malattia quanto quella di cura: il soggetto non deve essere “guarito” da una patologia ma piuttosto deve essere educato a valorizzare al massimo le sue capacità di apprendimento e di adattamento alla realtà, sempre nell’ottica della conquista di quella che viene definita una “guarigione sociale”, ovvero la possibilità di una integrazione armonica ed accettabile nella propria realtà di vita (Ba G., 1997).

Ogni fase dell’esistenza del singolo è caratterizzata da una serie di attività: il “fare” costituisce una dimensione essenziale ed indispensabile poiché influenza ed arricchisce la crescita biologica, psicologica e sociale.
Nell’ambito del modello dell’Activities Therapy sviluppato da Mosey (1973), il fare si rivela determinante al fine di riuscire a soddisfare determinati bisogni quali quelli di appartenenza, padronanza, stima ed auto realizzazione, sentimenti che risultano a loro volta direttamente correlati all’esito di ciò che si fa. La possibilità di soddisfare uno specifico bisogno si trasforma infatti in un’esperienza positiva che a sua volta rinforza l’autoefficacia e l’autostima: l’esito positivo potenzia il “senso di competenza” e contribuisce a creare un interesse più autentico per quell’azione, stimolando l’individuo ad agire nuovamente in modo tale da ritrovarsi nella medesima spirale positiva, caratterizzata ormai da una sempre maggiore sicurezza di sé.

Tuttavia, mentre i bisogni e le emozioni sono innati e quindi non appresi, le abilità specifiche che conducono alla loro soddisfazione devono essere al contrario acquisite attraverso l’esperienza e l’esercizio (Ba G., 1997).
Quando il processo di sviluppo si presenta bloccato o ritardato, le abilità specifiche sono generalmente disapprese o apprese in modo insufficiente, con conseguente timore di sconfitte e insuccessi. Ciò paralizza i successivi tentativi d’azione, limita fortemente la possibilità di apprendere nuove abilità ed accresce la concezione di sé come soggetto incompetente.
Viene in tal modo configurandosi la disfunzione psicosociale, che si concretizza nell’incapacità di eseguire uno o più compiti anche semplici e dà luogo all’impossibilità di soddisfare i propri bisogni in modo soddisfacente (Ba G., 1997).

La centralità del “fare” trova le sue radici proprio in questi presupposti. La strategia ri-abilitativa si fonda essenzialmente sull’apprendimento attraverso l’azione e si avvale in prevalenza di attività pratiche in grado di modificare il funzionamento del soggetto: infatti “il processo terapeutico è costituito da un’interazione pianificata e di collaborazione tra il terapista, il soggetto e l’ambiente, grazie al quale il paziente può apprendere nuove abilità specifiche” (Ba G., 1997, p.191).
Il mezzo elettivo è sempre costituito dalla partecipazione del soggetto ad una “attività”, attentamente individuata e condotta in base ad alcuni criteri di riferimento, quali:

  1. scegliere un’attività che lo interessi realmente o potenzialmente;
  2. iniziare dal livello nel quale si trova attualmente e progredire lentamente;
  3. fornire un rinforzo positivo anche per minimi progressi.

Il percorso ri-abilitativo viene quindi quotidianamente centrato sulle attività prescelte per il soggetto: esse gli forniscono la possibilità di compiere nuove esperienze, sviluppare il concetto di sé, aumentare l’autostima, migliorare le abilità cognitive, percettive, motorie, sociali ed in particolare incrementare lo sviluppo dell’autonomia.
I concetti cardine di questo approccio ri-abilitativo possono essere così delineati (Mastrangelo G., 1999):

    1. competenza: uno dei bisogni primari dell’uomo consiste proprio nella partecipazione ad attività che lo aiutino a conoscere e riconoscere le proprie capacità, realizzando esperienze di successo che conducano al senso del “ruolo”;
    2. analisi di attività: prima di proporre qualsiasi tipo di attività è indispensabile analizzarla alla luce delle caratteristiche motorie, emotive, sociali e cognitive del soggetto; simili caratteristiche, considerate congiuntamente ai bisogni specifici del paziente, devono fungere da guida per la scelta delle attività da includere all’interno della strategia terapeutica individualizzata;
    3. autonomia: tale partecipazione induce il soggetto all’apprendimento delle diverse attività della vita quotidiana e facilita il difficile obiettivo del raggiungimento del massimo di autonomia psicologica possibile.

Poiché tutte le attività sono caratterizzate dalla centralità della dimensione dell’ “agire” e del “fare”, il soggetto diventa protagonista della propria terapia tramite il coinvolgimento in esse: svolgendo mansioni e compiti riscontrabili nelle attività lavorative e nell’agire quotidiano, il rapporto cognitivo-esperenziale che in tal modo viene delineato, oltre a rivelarsi un veicolo di apprendimento fondamentale, permette un’osservazione più globale e dettagliata dei deficit e delle competenze.

Ogni utente attraverso l’attività ci racconta la sua storia e il suo percorso e l’attività svolta nel laboratorio diventa uno strumento che sa duttilmente adattarsi a livelli di integrazione o disintegrazione del pensiero diversi, riuscendo a comunicare attraverso l’attivazione di canali di comunicazione sintoni con le possibilità del soggetto.
In questo contesto fortemente pragmatico, il fare insieme, assume senso e significato terapeutico in quanto mediatore della comunicazione, il nostro fare permette l’abolizione della “barriera” del linguaggio verbale, barriera ben presente in molti disabili; ciò rende più facile, per questi, la comunicazione, anzi lo stesso fare diventa un linguaggio, non verbale certamente più coinvolgente, più fruibile e più facilmente attivante i rapporti interpersonali.
L’operatore, dovrebbe prendersi cura del paziente proprio come una madre “sufficientemente buona” (Winnicott D.W., 1970),  capace di adattarsi ai suoi bisogni affettivi e cognitivi.

Attraverso la sua osservazione partecipante l’operatore dovrebbe raggiungere una conoscenza diretta ed autentica del soggetto, delle sue possibilità reali e dei suoi limiti oggettivi, supportandolo e rivestendo il compito psicologico di Io Ausiliario (Spitz A., 1958) finché necessario, per poi recedere con gradualità e permettere il consolidamento di una sia pur relativa autonomia ed indipendenza.
Appare di estrema importanza ai fini di un buon lavoro riabilitativo evidenziare come la relazione interpersonale tra utente ed operatore debba costituire un obiettivo e al tempo stesso uno strumento di lavoro. L’operatore dovrà essere capace di attivare sostitutivamente quelle funzioni che nel soggetto sono compromesse: selezionare, ordinare, organizzare quando il pensiero è caotico; stimolare, disinibire quando il pensiero è inibito, coartato; intuire e creare quando il pensiero, gravemente impoverito, non è in grado di produrre immagini.

Il compito dell’operatore nella relazione appare quindi particolarmente delicato e difficile a causa della continua messa alla prova delle sue capacità, soprattutto per quanto concerne la capacità di “ascolto partecipato”, attuabile solo in virtù della cosiddetta “funzione empatica” (Kohut H., 1986).
Ciò comporta per l’operatore una continua modulazione emotivo-cognitiva, mirata a rintracciare la giusta chiave d’ingresso e l’opportuna lunghezza d’onda per entrare in sintonia e dialogare con l’altro, in uno scambio che spesso procede più sulla melodia delle parole che sul loro significato letterale.

Un simile atteggiamento interiore non si limita ad adattarsi all’altra persona bensì ricerca attivamente l’interazione, il “fare insieme” delle esperienze piacevoli ma al tempo stesso impegnative, dove sia possibile sperimentare gesti del “fare da solo” e provare così soddisfazione ed emozione mentre vengono compiuti.
È con Carl Rogers (1970) che il sentire agito dalle emozioni vissute nella relazione terapeutica diventa la base solida del lavoro terapeutico. Un viaggio da condividere, un cammino durante il quale, nel rispetto della migliore non-direttività, l’operatore psicologo segue il suo cliente secondo le ormai tre classiche condizioni necessarie e sufficienti: accettazione incondizionata, empatia, congruenza-terapeutica.
In Rogers è la qualità dell’interazione fra due persone l’elemento cardine. Due persone che, seppure conservando i ruoli di cliente e terapeuta oltre le diversità del setting, entrambe allo stesso livello di profondità si mettono in gioco nell’interazione terapeutica, nella totalità della loro persona.

E nella relazione, seppure “centrata sul cliente” il terapeuta vive, sente e agisce sempre in pieno contatto e trasparenza con il vissuto emotivo nato dal rapporto “qui ed ora” con il cliente. Quanto più intensa, profonda, empatica, accettante e trasparente è la relazione fra terapeuta e cliente tanto più l’energia vitale che sprizza dalla relazione viene assorbita dal cliente che lentamente, sulla base degli insight che partano dall’emotivo per arrivare al cognitivo, può collegarsi con la sua personale tendenza autorealizzante, attualizzante (Mastrangelo G., 1999).

Possiamo concludere dicendo che fare-agire non è soltanto una reazione a determinati stimoli ma significa mettere in moto un flusso di bisogni, desideri, percezioni, memoria, conoscenze, sensazioni interne ed esterne, una complessità di elementi si devono integrare per raggiungere un fare significativo per se stessi e per l’ambiente circostante .
Il fare, per essere terapeutico, deve essere “un fare essere”, come direbbe Fromm, deve raggiungere il soggetto per aiutarlo a costruire una maggior fiducia, un equilibrio, una relazione positiva con il mondo umano e non umano che lo circonda, deve permettergli, con le sue attività motorie e ludiche, il passaggio da momenti “primitivi” a momenti più strutturati.
L’ “adoperarsi” ed il “fare” in prima persona permette ai soggetti di:

  1. “conoscersi per scegliere”, cioè essere consapevoli delle proprie risorse e dei propri limiti;
  2. “conoscere per scegliere”: ampliare l’orizzonte delle possibili scelte esplorando le possibilità del proprio progetto personale;
  3. “sperimentarsi”: avere l’opportunità di riappropriarsi di quel senso di ricerca permanente che tiene vivo l’orientamento al futuro e la capacità di modificarsi nel tempo, alla luce di nuovi stimoli, problemi, occasioni.

Non è il fare in sé che provoca magicamente il cambiamento, il fare è uno strumento che offre moltissime potenzialità, ma che va inserito in un più ampio contesto onde favorire al massimo il coinvolgimento del soggetto.
In questo contesto, la dimensione del “fare” deve essere collocata entro uno spazio che la contenga, la delimiti ed al tempo stesso la configuri come “collettiva”, permettendo al soggetto di viverla con serenità e consentendogli un graduale distanziamento dalle figure di riferimento. In un simile setting, il soggetto potrà riuscire a percepire sia l’accettazione degli altri sia il confronto con un immaginario che lo veda potenzialmente “adulto”.

 

Dott. Maurizio Federici
Psicologo clinico

Bibliografia

Ba G. (1997), Metodologia della riabilitazione psicosociale, Franco Angeli, Milano.
Kohut H. (1986), La cura psicoanalitica, Boringhieri, Torino.
Mastrangelo G. (1999), La terapia occupazionale nell’età evolutiva, Cuzzolin Editore, Napoli.
Mosey A.C. (1973), Activities Therapy, Raven Press, New York.
Rogers C. (1970), La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze
Soresi S., Nota L., Rondal J. (2002), La valutazione delle disabilità, Erip Editrice, Pordenone.
Spitz R.A. (1958), La première année de la vie de l’enfant  , Pressfs Universitaries de France, Paris, trad.it., Il primo anno di vita del bambino, Editrice Universitaria, Firenze, 1962.
Winnicott D.W. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

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