Counseling Psicologico

Il Counseling Psicologico nell’età evolutiva: peculiarità del lavoro con il bambino e la sua famiglia.

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EVOLUTIVA_ARTICOLIParlare dei bambini e del loro mondo, fatto di scoperte, spontaneità, gioia rimanda quasi inevitabilmente ad un’immagine di semplicità che gli adulti spesso desiderano e che attribuiscono a questo momento della vita quasi incantato. Ma a dispetto di questo “mito” dell’infanzia, quando si lavora con i bambini, e per i bambini, ci si accorge spesso che di semplice c’è veramente poco. E la realtà che si apre davanti ai nostri occhi appare più complessa, se vogliamo più ricca, mai scontata.
Lavorare con i bambini significa prima di tutto guardare il mondo con i loro occhi, imparare a comunicare usando il loro linguaggio, ma al tempo stesso accogliere i loro adulti di riferimento. La famiglia rappresenta infatti il contesto relazionale cruciale per il bambino, ma anche il committente, e allo stesso tempo una preziosa risorsa, uno strumento di intervento, un alleato, a volte co-cliente stesso per lo psicologo.
Il counseling psicologico nell’età evolutiva sarà necessariamente influenzato da questo co-presenza di piani e istanze, a volte portatrici di significati e bisogni diversi tra loro, ma in ogni caso molto delicati da gestire. Potremmo dire che il suo successo sarà legato dalla capacità dello psicologo di non perdere mai di vista il sistema nel suo insieme in un gioco di equilibrismi tra le due sponde.

Il Counseling Psicologico nell’età evolutiva
Il Counseling Psicologico è un’attività professionale basata su interventi di comunicazione interpersonale, finalizzata a migliorare il benessere individuale e ad incrementare le abilità personali per aumentare il funzionamento adattivo dell’individuo sia a livello personale che interpersonale, perfezionando e implementando la qualità della sua vita.
Il Counseling Psicologico applicato all’età evolutiva ha lo scopo di potenziare le risorse personali e sociali che permettono al bambino di affrontare situazioni di stress e malessere, legati sia alle normali difficoltà che accompagnano le varie fasi evolutive, sia a problematiche impreviste ed eventi di vita straordinari (perdite, separazioni, lutti, malattie). In questo senso tale intervento favorisce lo sviluppo della personalità permettendo il raggiungimento di una maggiore flessibilità del piccolo cliente, ma anche del suo sistema relazionale di riferimento.
L’intervento mira a favorire l’auto-esplorazione e quindi una maggiore conoscenza di sé, del loro mondo emozionale, del loro modo di relazionarsi con gli adulti e con i coetanei. La relazione che si instaura è una relazione collaborativa caratterizzata da uno scambio di informazioni e di significati attraverso i quali, i due protagonisti costruiscono una nuova visione della realtà generando la possibilità di nuove scelte operative e permettendo al bambino di esplorare nuove modalità e nuove soluzioni, stimolando un adattamento creativo all’ambiente. In questo modo il bambino acquisisce una maggiore autostima e un maggior senso di efficacia nella sua capacità di risolvere i problemi.
La psicologia dello sviluppo sottolinea come lavorare in questo senso incida positivamente sul grado di “resilienza” nell’affrontare eventuali successive situazioni di crisi mantenendo un buon livello di adattamento (Zani, Cicognani, 1999), e diminuisca la probabilità che possano generarsi quadri psicopatologici in età successive. Possiamo parlare quindi dell’intervento di Counseling Psicologico nell’età evolutiva come intervento di prevenzione intesa come sviluppo e potenziamento dei fattori protettivi e contrasto dei fattori di rischio per il disagio infantile (Zocca, 2007). I fattori di protezione fanno riferimento alle abilità di gestire le emozioni e reagire in modo efficace allo stress, alla capacità di entrare in relazione e di comunicare in modo efficace con l’altro e all’empatia, all’abilità di risolvere i problemi e di prendere decisioni, alla capacità di pensare in modo critico e alla creatività. In particolare per i bambini l’apertura al gioco, la creatività e l’immaginazione permettono di vedere aspetti nuovi della propria esistenza, di risolvere le tensioni soggettive per permettere una crescita e una maggiore consapevolezza.
Tra gli aspetti che contribuiscono allo sviluppo della personalità del bambino e alla strutturazione delle sue difese psicologiche, la qualità della relazione genitore-bambino è centrale (Ammanniti, 2001). Il parenting, ovvero i modelli relazionali ed educativi messi in atto dai genitori possono modulare lo sviluppo psicologico (Zocca, 2007). Non ha senso parlare del bambino in modo isolato dal suo mondo relazionale. Per questo motivo la famiglia rappresenta una risorsa che può essere necessario potenziare o riattivare per aiutarla a sostenerne lo sviluppo in una fase momentanea di crisi, o a gestire in modo più efficace il suo stesso disagio che scaturisce dalla difficoltà di accogliere e gestire il disagio manifestato dal figlio. Spesso il benessere del bambino si realizza nel benessere dei genitori.
Il Counseling psicologico può avere effetti considerevoli nella definizione o ridefinizione della situazione di crisi e nella sua futura evoluzione. L’intervento di counseling, individuando i primi segnali di sofferenza, ha la possibilità di avviare, nella relazione con la famiglia, una co-costruzione di significati che rechino in se valenze evolutive e generative piuttosto che di malattia e di sofferenza (Rezzonico, Meier, 2010).

Ogni intervento di Counseling psicologico prevede e comporta la messa in atto di 3 momenti fondamentali, sinergici e circolari: la Valutazione, l’Intervento e la Verifica dei risultati. Alla luce delle riflessioni su questo particolare cliente possiamo individuare alcuni aspetti peculiari che caratterizzano il lavoro con il bambino, e la sua famiglia.

Un setting per due. L’accoglienza e la costruzione dell’alleanza terapeutica
Nella pratica clinica uno degli aspetti di cui si tiene conto nella fase iniziale è la modalità del primo contatto. Generalmente fino all’età preadolescenziale, per ovvie ragioni, sarà il genitore a contattare il professionista per una richiesta di intervento rispetto ad un problema del figlio o con il figlio. Il bambino generalmente non è in grado di verbalizzare il suo disagio e i suoi vissuti emotivi, più spesso lo esprime attraverso il comportamento o attraverso malesseri fisici, per cui la famiglia si fa portatrice di questo disagio nella misura in cui riesce a riconoscerlo e nelle modalità che sono legate alla sua percezione del problema. Ma al tempo stesso il genitore ci porta la sua difficoltà rispetto alla situazione, la richiesta esplicita di aiutare il bambino porta con se anche una richiesta implicita di aiutare lui stesso.
A fronte di questa duplice domanda, lo psicologo ha il compito non solo di accogliere e sintonizzarsi sui vissuti del bambino, ma anche di farsi carico di quelli portati dalla famiglia. La sfida sta nel costruire una relazione non solo con il bambino ma anche con i suoi genitori: l’alleanza terapeutica dunque sarà duplice, e dovrà far sentire i genitori come parte di un’equipe impegnata a risolvere una situazione vissuta come insopportabile (Baldini, 2004). Il coinvolgimento dei genitori nel lavoro psicologico risulta fondamentale perché la loro collaborazione contribuisce in modo determinante all’esito positivo del percorso. Si dovrà prestare molta attenzione nel costruire un clima positivo di condivisione emotiva e collaborazione, avendo cura di evitare anche in modo implicito, comunicazioni che possano veicolare giudizi, svalutazioni o disconferme.
Per rafforzare la qualità della sua relazione con i genitori e con il bambino lo psicologo veicola attraverso il suo lavoro l’idea i comportamenti e il modo di relazionarsi fin qui sperimentati hanno una loro “funzionalità”, hanno costituito il modo migliore possibile per “adattarsi”, per trovare risposte e soluzioni ai problemi, nel corso delle loro esperienze. L’accettazione non giudicante e l’accoglienza permettono di creare uno spazio di fiducia al’interno del quale i genitori, e il bambino, possono essere disponibili a sperimentare modalità alternative, che altrimenti potrebbero essere vissute come rischiose perché portatrici di un cambiamento che non riguarda solo il loro bambino, ma anche l’immagine che hanno di lui e dei suoi bisogni, e parallelamente anche quella che hanno di sé e delle proprie capacità, le proprie aspettative e gli assetti relazionali che fin’ora hanno caratterizzato la loro vita.
In particolare, nello stabilire una relazione con il bambino è importante che lo psicologo realizzi uno stato di sintonizzazione affettiva (Lambruschi, 2004).

Deve percepire accuratamente i segnali non verbali del bambino, predominanti rispetto al verbale nel veicolare la comunicazione e la relazione. Il bambino esprime i suoi vissuti, le sue emozioni in modo diretto, agendo all’interno dello spazio relazionale, mettendo in “scena” davanti ai nostri occhi quel mondo interno difficile da esprimere a parole, ma che prende vita in modo a volte sorprendente, a volte drammatico, spesso emotivamente coinvolgente per lo psicologo.

Deve avere la capacità di interpretare correttamente i segali del bambino e dei suoi genitori senza distorsioni dovute al suo stato emotivo. Dovrà chiedersi quali emozioni e pensieri vengono suscitati da quel bambino e da quella famiglia e prestare attenzione a eventuali pregiudizi o aspettative che potrebbero compromettere la relazione con tutto il sistema.

Deve essere in grado di mettersi emotivamente nella posizione del bambino condividendo empaticamente i suoi bisogni e desideri e comunicando tale condivisione, in modo da aiutarlo a riconoscerli come forme di esperienza legittime e condivisibili con l’altro significativo, e non minacciose per la relazione.

Deve saper offrire una risposta comportamentale che rassicuri il bambino e gli dia fiducia nei confronti della stabilità della relazione nei momenti in cui la sintonizzazione affettiva fallisce.

Deve mantenere un comportamento coerente e prevedibile

Questi atteggiamenti danno al bambino la possibilità di lavorare all’interno di uno spazio in cui si sente sicuro e competente, permettendogli di sviluppare le sue risorse nella regolazione emozionale e nel dare senso a ciò che vive e sperimenta.

La valutazione
Un processo di Counseling Psicologico in età evolutiva prevede nella fase iniziale di valutazione un progressivo allargamento di campo dal “problema” evidenziato al contesto relazionale e familiare, rispondendo alla necessità di comprendere come una costellazione sintomatologica o un comportamento inspiegabile, in realtà mantenga uno stato di coerenza rispetto al contesto affettivo e relazionale in cui ha preso forma e come contribuisca al mantenimento della relazione di fronte all’insorgenza di eventi critici. In questo modo non si intende cercare colpe e responsabilità all’interno della famiglia che spieghino il disagio del bambino, quanto permettere al sistema di accostarsi a qualcosa che viene vissuto con disagio da tutti i componenti non più come ad un elemento estraneo che incute paura, ma come ad un’opportunità di conoscenza personale che genera curiosità, guardando gradualmente la situazione da altri punti di vista che implichino possibilità di evoluzione e cambiamento, e non sofferenza e staticità.
Quando i genitori arrivano a rivolgersi allo psicologo, è perché il comportamento del loro bambino genera preoccupazione: lo vedono esprimere comportamenti, pensieri, reazioni emotive e somatiche ai quali non riescono a dare un senso, e ai quali attribuiscono lo status di malattia e spesso una causa esterna. L’obiettivo di un percorso di Counseling sarà quello di guidarli e di assisterli verso un graduale processo di “internalizzazione”, stimolando connessioni, collegamenti e attribuzioni di significato a ciò che per loro fino a quel momento non ne aveva (Rezzonico, Meier, 2010).
I primi passi dell’intervento dovranno aiutare a gettare le basi di questo processo.
Analizziamo le modalità di invio e di accesso. Come è arrivata la famiglia a noi, perché ci ha chiesto aiuto proprio in questo momento? Da chi è stata inviata? Quali sono le sue aspettative rispetto a noi e al nostro lavoro? Chi ci chiede aiuto: è solo un genitore, o entrambi?
Definiamo il problema. Quando la famiglia giunge in consultazione si sente sopraffatta da una situazione problematica caratterizzata da un disagio marcato e a cui non riescono a trovare rimedio. Per poter riattivare le loro risorse è necessario che il clinico ridefinisca il problema in modo da renderlo accessibile ad una soluzione.

Un prezioso strumento è l’Analisi funzionale del sintomo, che aiuta a comprenderlo in termini di situazioni antecedenti che lo attivano e conseguenze relazionali che possono rinforzarlo. Dal momento che parte dell’osservazione è realizzata grazie all’aiuto dei genitori, l’analisi funzionale permette loro di definire i problemi del bambino in modo concreto e non come aspetti generalizzanti di tutto il suo comportamento e della sua identità. Inoltre i genitori vengono portati ad auto-osservare anche le loro reazioni emotive, i pensieri legati a questi eventi e le loro reazioni comportamentali in modo da divenire consapevoli del modo in cui percepiscono i comportamenti del figlio e del significato che gli attribuiscono, cogliendone le ripercussioni suoi comportamenti educativi. Se l’età del bambino e le sue competenze riflessive lo consentono, potremmo coinvolgerlo nel processo di analisi delle sequenze, attraverso il gioco e modalità comunicative adeguate e stimolanti come il disegno o il fumetto, per ricostruire dalla sua particolare prospettiva , non solo antecedenti e conseguenti, ma soprattutto la sua esperienza interna: pensieri, immagini, reazioni emotive, sensazioni corporee.

Un altro aspetto di cui tenere conto è l’analisi storica del sintomo. È opportuno ricostruire il momento di insorgenza del “problema” rispetto alla fase del ciclo di vita familiare, alla concomitanza con specifici eventi vissuti dal sistema familiare come destabilizzanti (Malagoli Togliatti, Lavadera, 2002). In prossimità di eventi critici, il sistema cerca di mantenere o ristabilire un nuovo equilibrio ma se le capacità di fronteggiamento non sono adeguate ciò può produrre uno stato di insicurezza e di instabilità che attivano nei genitori e nel bambino meccanismi volti al mantenimento della relazione e della coerenza interna che possono costituire fonte di disagio per uno dei membro del sistema.

Individuiamo le attribuzioni causali e le convinzioni sul cambiamento. Spesso i genitori giungono nel nostro studio con un bagaglio di idee e convinzioni rispetto al cambiamento e all’intervento psicologico. Il riconoscimento e l’analisi congiunta con i genitori delle loro teorie sul problema è fondamentale ai fini della valutazione delle risorse del sistema, come elemento prognostico indispensabile e variabile cruciale nella definizione del contratto terapeutico, in cui si dovrà realizzare una chiara esplicitazione e condivisione degli obiettivi di lavoro e dei ruoli reciproci. Abbiamo quindi la necessita di sapere: come si spiegano il problema del figlio, come si immaginano che possa cambiare, come si rappresentano un lavoro di tipo psicologico, quale immaginano sia il loro ruolo e il nostro.
Indagare il modo in cui ci si rappresenta il cambiamento e gli eventuali impedimenti e “rischi”connessi permette di individuare possibili ostacoli all’intervento, di elaborare ipotesi sulle risorse percepite come mancanti, ma anche di definire insieme, in modo più concreto e misurabile, l’obiettivo del nostro lavoro. Può essere utile guidarli in uno sforzo immaginativo, ad esempio, su cosa dovrebbe concretamente succedere perché possano dire che il problema non sia più presente, oppure su come sarebbe la loro vita se all’improvviso ogni problema del figlio si risolvesse.
Definizione condivisa degli obiettivi e del contratto terapeutico. Il risultato finale del processo descritto dovrà condurre ad una condivisione degli obbiettivi e del contratto terapeutico. Prima di definire questo aspetto, è importante valutare che ci sia sintonia tra i genitori in merito alla definizione del problema e agli obiettivi desiderati. Sarà cura dello psicologo coinvolgere attivamente entrambi i genitori e portarli alla riflessione sull’importanza di un accordo in tal senso, per evitare che questo costituisca nelle fasi successive un ostacolo al lavoro fuori e dentro il setting (Baldini, 2004).

L’intervento
Una volta stabiliti obiettivi ed identificati gli ostacoli, il lavoro dello psicologo sarà diretto a guidare il cliente nell’individuazione di cosa può servirgli per raggiungere quegli obiettivi. Il lavoro sulle risorse è un aspetto centrale dell’intervento di Counseling psicologico, e nell’età evolutiva presenta delle caratteristiche peculiari. Se il compito dello psicologo è quello di facilitare il processo di empowerment individuale, inteso come “un processo di ampliamento, attraverso il miglior uso delle proprie risorse attuali e potenzialmente acquisibili, delle possibilità che il soggetto può praticare e rendere operative e tra le quali può quindi scegliere” nel lavoro con il bambino si può parlare anche di empowerment familiare, che si realizza attraverso la riscoperta e il potenziamento delle risorse del sistema famiglia nel fronteggiare situazioni critiche. Lo scopo del lavoro con i genitori non è quello di risolvere i problemi, ma quello di affiancarli stimolando il sistema nella ricerca di soluzioni. Attraverso tale obiettivo si punta a favorire il miglioramento delle abilità dei singoli componenti nell’affrontare eventuali eventi critici futuri (Mazzoleni, 2004).
La famiglia diventa in questo senso un vero e proprio strumento di intervento. I genitori possono imparare a concepire le difficoltà in termini di problemi, cioè di situazioni difficili a cui possono trovare una soluzione. In questo processo potranno essere guidati dal clinico nel circoscrivere le difficoltà del figlio a situazioni concrete e non totalizzanti dell’identità e del comportamento del bambino, e diventare dei buoni “solutori” tanto da poter a loro volta sostenere il piccolo cliente nell’acquisizione di questa abilità fondamentale. E’ importante che il genitore sia in grado di affiancare il bambino, senza sostituirsi a lui, nell’elaborazione delle proprie soluzioni, senza censure ma sostenendolo nell’esplorazione del proprio potere creativo nel generare soluzioni e nel valutarne l’efficacia e le possibili conseguenze (Gottman, 1997; Baldini, 2004). Il modelling rappresenta una delle più importanti modalità di apprendimento per il bambino, che si realizza attraverso l’osservazione di un modello, e può diventare una tecnica terapeutica che sostiene l’acquisizione di quelle abilità di vita che possono costituire preziose risorse. In questo senso non bisogna dimenticare che sono i genitori che prima di tutto devono imparare ad essere più riflessivi, più coerenti nei propri metodi educativi, a gestire le emozioni in modo efficace e comunicare in modo chiaro e assertivo con il bambino.
La riorganizzazione e lo sviluppo delle risorse del bambino sia avvale anche di altri strumenti che passano attraverso canali particolari. A differenza degli adulti, il cui naturale mezzo di comunicazione è la verbalizzazione, la modalità spesso preferita dai bambini è il gioco spontaneo e il movimento. Il gioco può diventare un mezzo per creare un ambiente emotivamente sicuro che incoraggia la comunicazione, la relazione, l’espressione e la risoluzione dei problemi. Il gioco infatti è il mezzo attraverso il quale essi costruiscono il significato del mondo, apprendono, esprimono il loro vissuto, sviluppano abilità fisiche, mentali, emotive e sociali. È spontaneo e stimola la creatività, oltre ad essere la modalità intuitiva attraverso cui il bambino gestisce e si adatta ai cambiamenti. Il gioco diventa allora un mezzo attraverso il quale i conflitti possono essere risolti e le emozioni comunicate attraverso una relazione interpersonale dinamica; in cui il terapeuta ha il ruolo di facilitatore, ma il bambino esprime se stesso, assumendo la posizione di esperto della sua vita attuale (Mochi).
Allo psicologo spetta infatti il compito di creare un setting facilitante nel quale il bambino, come anche la sua famiglia, possono attivare un processo di autocomprensione, di ridefinizione e di nuova progettualità, ma sono loro i protagonisti, che calcano la scena e si guadagnano il loro posto sul palco, al di la delle intenzioni dello scenografo.
Così, come l’incontro con il bambino e la sua famiglia significa entrare in punta di piedi in un giardino segreto, un mondo intimo di cui non siamo parte ma che per breve tempo ci rende partecipi della sua vita, lasciare questo luogo significa richiudere la porta dietro di noi con la consapevolezza che quel piccolo ecosistema fiorirà e prospererà all’itero di suoi confini, e portando con noi il dono che ogni persona ci fa di condividere una parte del suo viaggio con noi.

BIBLIOGRAFIA
Ammanniti M. (2001), Manuale di psicopatologia dell’infanzia. Raffaello Cortina Editore
Baldini F. (2004), Homework: un’antologia di prescrizioni terapeutiche. McGraw-Hill
Gottman J. (1997), Intelligenza emotiva per un figlio. BUR
Lambruschi F. (a cura di) (2004), Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva. Bollati Boringhieri
Malagoli Toglietti M., Lubrano Lavadera A. (2002), Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. Il Mulino
Mazzoleni C., (2004), Empowerment familiare. Il lavoro psicosociale integrato per promuovere benessere e competenze, Erickson
Mochi C., ” Play Therapy: il gioco come comunicazione”. www.genitoricrescono.com
Rezzonico G. , Meier C. (2010), Il counseling cognitivo relazionale. Franco Angeli
Zani B., Cicognani E., (1999), Le vie del benessere. Carocci Editore
Zocca M. R., La resilienza. In Cognitivismo clinico, Giugno 2007 Vol. 4 n. 1 – supplemento
Scuola biennale di counseling psicologico. Appunti biennio 2010-2012

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