Counseling Psicologico

Dalle storie sugli anziani alle storie degli anziani. Riflessioni sul counseling psicologico nel setting individuale con clienti anziani

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Anziani, vecchi, nonni, terza età… tanti modi per definire ed indicare sensazioni, pensieri ed emozioni sperimentate nell’ultimo tratto del viaggio della nostra vita.

Negli ultimi anni, cercando di superare la visione meramente assistenziale e compassionevole, si è cercato di dare impulso a studi e metodologie di intervento che riportassero l’attenzione su “cosa c’è” piuttosto che solamente su “cosa non c’è più”.

In questo articolo, dopo aver esaminato i principali stereotipi e luoghi comuni riferiti agli anziani, sarà presentato il ventaglio delle situazioni sia normative che paranormative che possono presentarsi, per poi cercare di esplorare le possibilità di intervento all’interno di un percorso di counseling psicologico, con particolare riferimento alla teoria dei costrutti.
L’ultima sezione sarà dedicata alla presentazione di alcuni esempi di storie, tratte da una dolorosa realtà.

MITI E LEGGENDE: LE STORIE SUGLI ANZIANI

L’ultimo periodo della vita è visto di solito con una connotazione negativa. Si tende a far riferimento a ciò che non c’è più, che si va perdendo man mano: udito, vista, memoria, lavoro, contatti sociali, coniuge…
Gli stereotipi poi vogliono l’anziano in casa, privo o quasi di contatti sociali, senza desiderio e vita sessuale, dedito semmai alla famiglia e ai nipoti. Per quanto riguarda poi le attività ricreative per anziani, da svolgere ad esempio nei centri diurni, si pensa sempre che a loro piaccia solamente ballare o giocare a carte.
Ma forse il loro mondo non è così limitato, così piccolo…
É innegabile che ci sia un cambiamento fisico, che i sensi non siano più attivi e reattivi come negli anni precedenti, ma ci sono comunque molte risorse che possono essere utilizzate per vivere al meglio la propria vita.
Inoltre anche gli anziani conoscono bene questa mitologia legata alla loro situazione, e spesso finiscono per farsi condizionare, alimentando e perpetuando gli stereotipi.

EVENTI NORMATIVI E  PARANORMATIVI  NELLA “TERZA ETA’”

L’età senile si colloca alla fine del percorso di vita di un individuo. Come in ogni fase del ciclo di vita, anche in questa ci sono dei “compiti di sviluppo” che si è chiamati a svolgere.
Esaminiamo nel dettaglio quali sono i principali eventi, sia di carattere normativo che paranormativo, di fronte ai quali ci si può trovare a questo punto della vita.
Nella nostra società, molto spesso l’ingresso nella cosiddetta “terza età” è sancito dal pensionamento. Questo evento, a volte molto atteso, può essere in realtà traumatico. La società oggi orienta prevalentemente verso la produttività; il pensionamento rappresenta l’allontanamento dal mondo produttivo e la perdita di una riconosciuta e valorizzata collocazione sociale, che provoca quasi inevitabilmente una sensazione di inutilità e di vuoto.

Ci si trova a dover gestire una notevole quantità di tempo libero; questo può a volte disorientare, perché implica una rimodulazione dei propri schemi personali e una rinegoziazione anche all’interno della famiglia. Se da una parte uno degli esiti possibili di questa situazione critica può essere la depressione, dall’altra c’è la possibilità di incanalare in modo positivo le risorse temporali recuperate, che possono essere fruttuosamente impiegate nelle relazioni familiari, amicali, nella società. L’età di riferimento di questo evento cade infatti intorno ai 60-65 anni, età nella quale nella nostra società si è ancora solitamente autonomi ed efficaci.
Un  altro compito che spesso ci si vede costretti ad affrontare a questa età è laperdita delle persone care: i coetanei e il/la coniuge. L’anziano si trova a sperimentare quindi un senso di inutilità, al quale si unisce la solitudine di trovarsi senza i punti di riferimento che lo hanno accompagnato per tutta la vita, e si prepara anche alla propria scomparsa. La “vedovanza” è uno status che nella nostra società viene vissuto più frequentemente dalle donne che dagli uomini, che hanno in media un’aspettativa di vita più lunga.  É un momento molto difficile da affrontare per tutta la famiglia, alla quale spetta il compito di coltivare insieme all’anziano la cura del ricordo, per favorire il processo di elaborazione del lutto.

L’arrivo dell’età avanzata inoltre, è spesso caratterizzato dalla malattia, che a volte comporta la perdita dell’autonomia. Questa perdita è forse quella più temuta, quella alla quale si pensa con maggiore preoccupazione anche nelle età precedenti. Si può trattare di malattie che coinvolgono il corpo, a diversi livelli, o la mente, come nel caso delle demenze. In questo caso alla difficoltà dei care givers di accettare la malattia, si aggiunge quella di vedere l’altro perdere le proprie funzioni mentali e regredire anche fino allo stato vegetativo. Quando la malattia colpisce un anziano che ha ancora il suo coniuge, ha connotati meno drammatici. La vita vissuta insieme, la disponibilità l’uno verso l’altro, la comune condizione nell’essere entrambi vicini alla fine della vita, rendono più facile l’accettazione della dipendenza e l’affidarsi alle cure.  É da notare però che anche il coniuge non malato è sottoposto ad un notevole stress sia fisico che psicologico.

Più difficile è invece affrontare la malattia per un anziano solo, che si trova a dover dipendere dai figli, verso i quali ha avuto fino ad allora il ruolo di cura.
Quando l’anziano resta solo o quando perde del tutto o in parte la sua autonomia e la famiglia non c’è o non si può far carico di lui, spesso si decide di trasferirlo in un struttura dove ci si possa prendere cura di lui (anche se non sempre la struttura soddisfa questa aspettativa!).
In altri casi l’anziano rimasto solo e bisognoso di cure si trasferisce in casa dei figli. In entrambe le situazioni, si tratta di un evento traumatizzante: una persona anziana tende ad essere abitudinaria e ad avere un suo spazio conosciuto e delimitato; è quindi uno sradicamento, un ulteriore lutto per la perdita di un luogo denso di ricordi. Alcuni studi hanno accertato che l’ingresso di un anziano in un ospizio è per molti un trauma psicologico grave, che comporta un rapido declino psicofisico e si conclude spesso con la morte anticipata.
Un’altra problematica davanti alla quale ci si può trovare con i clienti anziani è quella dell’abuso di sostanze, soprattutto alcool e farmaci. Si stima che questa situazione si verifichi maggiormente nelle donne istituzionalizzate.

Tutti questi eventi, che possono verificarsi in questo periodo vengono affrontati sì dall’anziano, ma nella maggior parte dei casi anche dagli altri membri della famiglia. Alcuni infatti parlano di “ciclo vitale della famiglia”, dove per famiglia intendiamo “quella specifica e unica organizzazione che lega e tiene insieme le differenze originarie e fondamentali dell’umano, quella tra i generi, tra le generazioni e tra le stirpi, e che ha come obiettivo e progetto intrinseco la generatività. (Scabini e Iafrate, 2003). In questa ottica, essa si configura come un complesso intreccio di relazioni, di persone che si trovano in momenti diversi del loro ciclo di vita personale, e che affrontano compiti di sviluppo diversi.
La malattia o la perdita di autonomia, o la vedovanza di un membro anziano della famiglia, rappresenta un momento di crisi per l’intero nucleo familiare, che spesso si trova a dover rinegoziare i propri spazi e  le propria. I figli ultimi devono anche gestire il passaggio emotivo da figli “accuditi” a figli “care giver” nei confronti dei genitori; lo stesso passaggio deve farlo il genitore, e non sempre questo avviene in modo tranquillo e naturale.
Dal modo in cui la crisi verrà gestita, dipenderà il benessere della famiglia da quel momento in poi.

Il PERCORSO DI COUNSELING PSICOLOGICO

Molte volte sono proprio questi momenti di crisi, questi “fallimenti delle collusione”, a mobilitare una domanda di aiuto psicologico.
Il counseling psicologico è l’attività professionale svolta dallo psicologo, in un contesto in cui non si evidenzia la presenza di psicopatologie che richiedano il ricorso alla psicoterapia.
Il counseling psicologico rappresenta uno spazio relazionale in cui lo psicologo e il cliente analizzano ad esempio situazioni quali il processo di decision making, la risoluzione di una situazione conflittuale, il miglioramento di una relazione affettiva, la comprensione e lo sviluppo delle risorse personali, etc.

Compito dello psicologo è far emergere risorse, punti di forza e potenzialità nel cliente, che se ne riapproprierà per trovare lui stesso la soluzione alla situazione problematica o per esprimersi al meglio nei diversi contesti della sua vita.
Vengono utilizzati gli strumenti, quali l’ascolto comprensivo o la riformulazione, insieme a metodologie e tecniche che possono essere ideate in modo creativo e funzionale alla relazione.
I contesti di applicazione sono quello della consultazione privata, ma anche in ambiti organizzativi quali scuole, aziende, e comunque in tutti quelle situazioni in cui si renda necessaria una riflessione per la comprensione di una criticità o per lo sviluppo delle potenzialità e la promozione del benessere.

IL COUNSELING PSICOLOGICO CON GLI ANZIANI

Nella nostra società, il progressivo allungamento dell’aspettativa di vita e il miglioramento della qualità generale della vita, hanno portato all’accrescimento della popolazione anziana, soprattutto di quella che ha una buona salute e conserva una sua autonomia.
Al di là quindi delle situazioni critiche sopra citate, che rappresentano sicuramente un ventaglio di problemi e situazioni che possono portare ad una domanda di counseling psicologico, esiste anche un ampio spettro di possibilità molto spesso trascurati dalla stessa psicologia.
L’intervento psicologico può infatti essere rivolto, anche in questa fase della vita, alla promozione del benessere, alla ricerca del modo migliore per impiegare le proprie risorse. Quando anche lo psicologo si lascia condizionare dai pregiudizi e dagli stereotipi di cui si è parlato sopra, si rischia non cogliere queste potenziali domande.

L’intervento di counseling psicologico inoltre, rispetto a quello psicoterapeutico, risulta essere particolarmente funzionale per i clienti anziani. Infatti esso è circoscritto nel tempo, ed è più funzionale per un anziano che spesso non se la sente di investire molto tempo, perché sente di non  averne molto altro a disposizione. Non trascurabile è anche l’investimento economico, che risulta essere minore nel caso del counseling psicologico. Inoltre quest’ultimo ha per sua natura un obiettivo circoscritto e ben stabilito fin dall’inizio; questa pragmaticità, anche in virtù di quanto appena detto, risulta essere particolarmente funzionale per questo target.
Con i clienti anziani, è utile prestare attenzione ad alcuni accorgimenti di tipo metodologico. Ad esempio, quando si denotano problemi relativi alla memoria a breve termine, è utile compensarla con esempi e suggerimenti concreti e ripetizioni. Anche per quanto riguarda le regole del setting, si può ad esempio diminuire il tempo della seduta, laddove ci si accorga che il cliente si stanca facilmente sia a livello fisico che mentale. Sempre nell’ottica del sintonizzarsi sull’altro poi, sono gli accorgimenti legati al volume della voce o all’adeguamento degli stimoli visivi presentati, laddove ci si renda conto che il cliente ha dei deficit acustici o visivi.

Per quanto riguarda poi la valutazione dell’anziano, nella misurazione del grado di intelligenza o della capacità lavorativa sono state spesso impiegate tecniche inadeguate, perchè richiedevano l’utilizzo di molte delle capacità che subiscono un fisiologico declino legato all’età. Si hanno quindi delle prestazioni scadenti, dovute anche in parte all’ansia che una situazione nuova genera. Bisogna quindi utilizzare test specifici per questo particolare target, quali il Mini Mental oppure, nell’utilizzo degli altri strumenti avere delle accortezze riguardo alle modalità e ai tempi della somministrazione, che tengano conto delle difficoltà specifiche evidenziate, e durante l’interpretazione dei risultati.
In sintesi, le domande che possono essere portate in sede di consultazione psicologica, possono essere: intervento su una particolare situazione critica, quale una comunicazione di diagnosi, la perdita di autonomia propria o del coniuge, un lutto, un trasferimento; accanto a queste domande possiamo però trovare delle domande di promozione del benessere e di miglioramento della qualità della vita. Una signora di circa 80 anni tempo fa mi disse: «voglio imparare a vivere bene insieme a mio marito i pochi anni che ci sono rimasti».

LE STORIE DEGLI ANZIANI COME STRUMENTO DELLO PSICOLOGO NEL COUNSELING PSICOLOGICO

Il raccontare, il farsi ascoltare, è una delle attività che appartengono maggiormente agli anziani. Anche negli stereotipi e nell’immaginario comune il nonno è pensato come colui che racconta le storie… e che spesso viene rimproverato perché racconta sempre le stesse storie!
Queste storie però, possono essere messe al centro del percorso di counseling psicologico, utilizzandole come strumento d’elezione.
“L’approccio dei costrutti personali vede l’anziano come una persona che ha costruito sistemi assai complessi  di significati personali per far fronte ai molti eventi della vita” (Viney, 1994). Le storie che costruiscono sono il frutto dell’integrazione delle loro diverse esperienze di vita; quando gli eventi richiedono un cambiamento poi, le esperienze vengono di nuovo integrate, “ri-raccontando” le storie.  É proprio in questo “ri-raccontare” che lo psicologo può intervenire.
I cambiamenti sia fisici che sociali che il passare degli anni impone, portano anche una ristrutturazione dei modelli che facevano precedentemente da punto di riferimento, e quindi dei costrutti personali utilizzati. In questi cambiamenti l’anziano ha delle aspettative rispetto al modo in cui pensa che si possa ristrutturare il suo ambiente, soprattutto relazionale. Quando queste aspettative vengono confermate, i costrutti tendono ad essere maggiormente flessibili e a dar adito a  strategie di adattamento funzionali. In caso contrario tendono ad irrigidirsi e a favorire pensieri e storie negative.

Questo continuo “ri-raccontare” le proprie storie, che sembra quasi seguire i processi evolutivi di assimilazione ed accomodamento piagetiani, implica che ci sia una crescita psicologica continua, anche a questa età.
Riguardo all’utilizzo delle storie all’interno del counseling psicologico, bisogna innanzitutto saper riconoscere quali sono quelle che possono aiutare il cliente. “Prima di tutto, le storie dovrebbero integrare e mettere insieme elementi separati. Secondo, le storie dovrebbero essere interamente coerenti e coesive. Terzo, dovrebbero garantire questa integrazione di costrutti ed eventi nel corso del tempo, allo scopo di dare al loro narratore un senso di continuità” (ibidem). Quanto al contenuto, sarebbe opportuno che si rilevasse una integrazione tra passato, presente e futuro, una previsione dei comportamenti attesi in seguito a ciascuna azione, in modo da prevedere le azioni più appropriate, e una certa dose di ottimismo, che dia lo sprone per intraprendere le azioni pensate. I contenuti sono in generale sia positivi che negativi. Tra i negativi, i più comuni sono: decremento delle funzioni cognitive, depressione, idee suicidiarie, abuso di sostaze e perdita dell’attività sessuale; tra quelle positive: mantenimento delle competenze, del controllo della propria persona e del senso dell’umorismo, sensazione di realizzazione di sé, in riferimento alla vita trascorsa, l’appoggio della famiglia e degli amici, la fede religiosa, che in molti casi rappresenta un’ancora per la speranza e la capacità di guardare al futuro e un aiuto per superare le perdite e prepararsi serenamente alla morte.

Il lavoro che lo psicologo fa con queste storie consiste, come più volte detto, nel “ri-raccontarle”: è lo story telling. Ascoltando e riascoltando più volte le storie, emergono dei processi che hanno un potenziale trasformativo importante. Alcuni di questi processi sono maggiormente presenti, come i problemi legati all’età, il senso di colpa legato a particolari episodi della vita, il lutto per una perdita avuta, l’emergenza di risorse e punti di forza personali o interpersonali, legati alla rete sociale di riferimento, della creatività e della capacità di divertirsi, e il senso di integrità personale. In riferimento a quest’ultimo in particolare, sono molte le potenzialità del counseling psicologico; l’anziano che racconta e ri-racconta le proprie storie, riesce a trovare nuovi significati e nuove congiunzioni, magari prima trascurate. Il risultato di questo processo è un vissuto di integrità, di continuità, riuscendo a mettere insieme diversi aspetti dell’Io. Molte delle domande che provengono da persone anziane partono proprio da un senso di disperazione e disgregazione.

Le storie, a seconda del loro contenuto, vengono “allentate”, per consentire una maggiore apertura di prospettive e una diminuzione della rigidità, favorendo l’intuizione, o “ristrette”, quando si ha necessità di incanalare il pensiero verso la ricerca di una soluzione concreta.
Per favorire l’allentamento è molto utile il rilassamento, o l’utilizzo dei sogni o delle tecniche di espressione creativa; il restringimento è per esempio facilitato invece dal laddering, una sorta di “gioco dei perché”, quando il pensiero è astratto, in modo da spingere il pensiero verso costrutti più concreti, e ilpyramiding, per i costrutti concreti, in cui si indaga sul “come e cosa” dell’utilizzo di determinati costrutti in alcune situazioni concrete.
Per alcuni anziani può essere assolutamente benefico il fatto stesso di raccontare una storia positiva; in altri casi si rende necessario cambiare il finale di una storia particolarmente frustrante, o ridimensionare l’importanza che il cliente dà ad una storia negativa; la disconferma di una storia da parte dello psicologo infine, può dire al cliente che la storia va cambiata perché non funziona.

L’uso delle storie di vita nell’ambito del counseling psicologico con un cliente anziano quindi, può costituire un utile supporto da affiancare alle tecniche utilizzate già; è di particolare utilità con questo specifico target di clienti in quanto il fatto di avere un grande bagaglio esperienziale dà loro la possibilità di avere un certo distacco dalle situazioni vissute in passato, che magari non avrebbero potuto avere da giovani. Questa modalità operativa inoltre risulta essere particolarmente naturale per gli anziani, e può quindi facilitare il processo di creazione dell’alleanza.

ALCUNE STORIE VERE…

Mentre preparavo questo articolo la mia terra, l’Abruzzo, è stata colpita dall’immane catastrofe del terremoto.
Una tragedia che ha sconvolto alle fondamenta la vita, i sogni e la quotidianità del popolo aquilano. Lavorando come volontaria presso il servizio di Psicologia dell’Emergenza dell’Ospedale di Avezzano, con l’Ordine degli Psicologi dell’Abruzzo, ho conosciuto molte persone vittime del sisma. Molte di loro erano anziani; ho potuto ascoltare le loro storie e sperimentare “sul campo” le teorie espresse in questo articolo.
Ne riporterò alcune, più esemplificative.

La stanza delle tre vecchiette

La prima segnalazione avuta, appena iniziato il servizio in ospedale, è stata per tre signore ricoverate nella stessa stanza provenienti dall’Aquila e dai paesi limitrofi.
Anche quando il giorno successivo sono state spostate di reparto, erano ancora nella stessa stanza… “la stanza delle tre vecchiette”.
Per tutte e tre il problema fondamentale all’inizio è stato mettersi in contatto con i loro familiari.
Per tutti è stato difficile ritrovare i congiunti, ma per le persone anziane in modo particolare, visto che non si ricordavano cognomi o numeri di cellulare; qualcuno si ricordava un numero fisso, ma le case non c’erano più…
Le tre storie, che all’inizio sembravano molto simili, man mano hanno preso forme, colori ed esiti molto diversi. Racconterò la storia di due di loro..
- La signora D. era disperata perché non riusciva a sapere niente di sua figlia. I primi giorni piangeva solamente e chiedeva  se era stata ritrovata. Solo dopo che ha potuto avere notizie dei suoi cari, ha cominciato ad aprirsi e a raccontare un po’ di sé, ogni giorno un pezzetto di più.  É una signora distinta, che non dimostra affatto i suoi 86 anni.

Viveva da sola all’Aquila, in una casa dove forse non potrà tornare più; questo la rendeva molto triste e preoccupata, essendo abituata alla sua autonomia. Non voleva essere di peso a nessuno, e allo stesso tempo non sapeva adesso dove andare e cosa fare. Ho provato a “ri-raccontare” la sua storia, esplorando le sue risorse, e facendole leggere quello che era successo con gli occhi della figlia. Mi diceva che da quel punto di vista, le cose effettivamente cambiavano: sicuramente la figlia si sarebbe presa volentieri cura di lei, non avrebbe voluto lasciarla sola. Pian piano stava totalmente cambiato prospettiva; era come rifiorita, capace ancora di guardare avanti, nonostante tutto. E mi ha raccontato che lei era una“universitaria”: frequentava l’università della terza età, dove si divertiva molto. Aveva molti amici e le piaceva fare belle passeggiate “sotto i portici”. Riusciva di nuovo a pensare e raccontare i momenti belli della sua vita.
Qualche giorno dopo, quando doveva essere dimessa, mi ha detto: «Vado con mia figlia sulla costa, dove sarà lei sarò anch’io… ho solo lei…e anche lei ha solo me…».

La signora L.

Una storia diversa, quella della signora L..  Ha circa 80 anni, è vedova da tanti anni, e non ha figli. La sua famiglia sono un nipote, che abita in un paese vicino, e una vicina di casa, che lei considera come una figlia. Si prende cura di lei, la va a trovare e si occupa delle sue necessità.
Nessuno cerca la signora, e lei non sa bene chi cercare: non si ricorda i numeri di telefono, e neanche i cognomi. Poi riesce dopo qualche giorno a mettersi in contatto tramite terze persone con suo nipote, e ne è contenta.
La signora, fin dal primo giorno, racconta molto di sé e dalla sua vita; mi parla come se io conoscessi già i protagonisti delle sue storie. All’inizio ho avuto qualche difficoltà, poi pian piano ho cominciato a collegare storie e protagonisti, e lei sembra contenta di questo, si sente ascoltata. Riguardo agli ultimi eventi, quello che mi ha colpito è che sembrava non essere molto collegata alla realtà; parlava del terremoto, di come si era trovata al primo piano anche se stava al secondo, ma come se fosse qualcosa di esterno a sé, non con la stessa partecipazione delle altre storie.
All’inizio mi preoccupava un po’ il suo modo di fare, ma forse la signora in quel momento non era ancora pronta per quelle storie…

Ho notato però che nei suoi racconti c’era sempre il tema della difesa; da un cognato, dalla sorella. Ho cercato anche in questo caso di rinforzare la memoria positiva attraverso le sue stesse storie, facendole notare come in tante occasioni aveva avuto successo, sia da sola, sia sapendo chiedere aiuto alle persone che potevano aiutarla. Uno degli ultimi giorni mi ha molto sorpreso, dicendomi una cosa che mi ha fatto tanta tenerezza: «stavo pensando che non mi ricordo se ho tolto la chiave dalla porta quando sono andata via di casa…». Sembra una cosa naturale, ma non lo è se si pensa che quella porta non chiude più nessuna casa! Però forse era il suo modo per cominciare a pensare di nuovo a come poteva ricominciare a difendere la sua vita…

Il pettine

La signora M. ha 75 anni; viveva da sola all’Aquila in una casa in affitto, senza parenti,  É arrivata in ospedale qualche giorno dopo il terremoto per un malore avuto nelle tendopoli.  É molto contenta di poter parlare con qualcuno,ed è molto fiera nel raccontare di come è sempre riuscita a cavarsela da sola in tutte le occasioni, in piena autonomia. Era però molto preoccupata per il suo futuro, soprattutto perché si sentiva sola. Le storie positive che mi aveva raccontato però, sono state l’aggancio per farle riscoprire le risorse che lei già possedeva. Dopo qualche giorno era lei stessa che, quando le venivano brutti pensieri e preoccupazioni, faceva da sola il collegamento con le situazioni passate in cui ce l’aveva fatta. Ed ha avuto un curioso modo per collegare il suo passato con il futuro, con due episodi particolari. Un giorno mi ha detto che doveva assolutamente andare a casa perché aveva lasciato delle cose nel frigorifero e temeva che andassero a male, emettendo cattivo odore. All’inizio pensavo che stesse quasi delirando, pensando ad una cosa del genere quando la sua casa non c’era praticamente più; poi lei mi disse che doveva farlo, perché così poteva riconsegnare la casa al proprietario e trovarne  un’altra quando tutto si fosse calmato. Era il suo modo per darsi un obiettivo per ricominciare.

Fin dal primo giorno poi, ogni volta che le chiedevamo se aveva bisogno di qualcosa, chiedeva un pettine. In una situazione di emergenza come quella, sembrava una richiesta totalmente fuori luogo, tanto più che aveva pochissimi capelli… Ma continuava a chiederlo tutti i giorni, a tutti gli operatori. Il giorno prima di uscire, le porto un pettina da casa mia; quando lo ha visto si è illuminata, ha cominciato a pettinarsi i capelli come fossero quelli lunghissimi di una principessa; dopo un po’ mi ha guardata e mi ha detto: “adesso sì che posso tornare all’Aquila!” Aveva ottenuto il rispetto per la sua dignità.

Grazie, Dottorè!

Il Signor L. ha circa 65 anni; al momento del sisma era ricoverato nell’ospedale dell’Aquila perché aveva subito un intervento per l’asportazione di un tumore. Mi è stato segnalato dalla caposala, perché quel giorno era particolarmente agitato e “poco gestibile”.
Parlando con lui, ho saputo che gli era stato proposto di essere trasferito in un altro ospedale, per un breve periodo, per poi tornare di nuovo nell’ospedale dove si trovava ora per subire un nuovo intervento. La sua agitazione era dovuta al fatto che non voleva cambiare ambiente molte volte. La sua storia sembrava proprio essere “non esiste un posto sicuro per me”. All’ Aquila infatti, durante il terremoto era rimasto terrorizzato dal fatto che tutti scappavano, compresi medici ed infermieri, mentre lui non aveva potuto farlo perché era immobilizzato a letto. La moglie gli era rimasta vicina anche in quel momento; pur potendo scappare, non lo aveva fatto.
Il fatto di doversi trasferire ancora più volte lo destabilizzava molto, soprattutto perché voleva trovare una soluzione che permettesse anche alla moglie di riposare un po’, visto che era con lui notte e giorno e non avevano neanche una casa dove tornare. Un’altra sua paura era di finire nella tendopoli, date le sue condizioni.

É emersa forte la sensazione di precarietà, di insicurezza e paura del futuro: in poco tempo si è trovato senza casa, né lui né il figlio, e senza la salute e la forza per ricominciare.
Il lavoro di “retelling” è stato incentrato sul cercare una soluzione funzionale in quel momento, con le risorse disponibili. Passando in rassegna le varie possibilità, è emerso che poteva essere una buona ipotesi quella di trovare un albergo nelle vicinanze che potesse ospitare sia lui che la moglie in attesa dell’intervento; in questo modo entrambi sarebbero stati in una situazione tranquilla. Di trovare l’albergo si è fatta carico la stessa caposala.
Il Signor L. ha percepito che ci si stava prendendo cura della sua esigenza di “trovare un posto sicuro” per lui e la moglie, dal quale poter ricominciare, e l’atmosfera si è molto distesa. Nei giorni successivi era sempre molto contento di vedermi e di parlare. Diceva che parlare, sia di quello che gli capitava adesso, che delle cose belle della sua vita, lo faceva stare bene. E infatti cercavo sempre di farmi raccontare episodi della sua vita in cui aveva saputo superare prove e difficoltà, in modo da ancorare la memoria positiva alla difficile situazione attuale.
Ogni vota che entravo e uscivo dalla sua stanza mi prendeva la mano dicendomi:«Grazie, Dottorè!»

CONCLUSIONI

La conclusione di queste riflessioni, la vorrei lasciare alla viva voce di due anziani che ho   incontrato virtualmente in una chat dedicata alla terza età. Sono entrata con la curiosità di esplorare il rapporto tra gli anziani ed Internet; ho scoperto che c’è lì una piccola comunità, in cui si scambiano impressioni, sogni, consigli, ricette… e trovano il modo per sentirsi un po’ meno soli.
Riporto uno stralcio della conversazione in cui casualmente mi sono inserita; penso sia la perfetta sintesi di quanto detto finora.

- Ciao!
- Ciao
- Che fate di bello?
… vieni anche tu? si parla di fare un viaggio in Tunisia
-  Ah… però! Quando si parte?
20 maggio
- Quindi andate veramente, non sono chiacchiere…
- Io parto… chi mi ama mi segua!
- Bella filosofia!
- … ti piacerebbe venire a Tunisi?
- Non sarebbe male come idea…
- Vedrai, ci divertiremo un mondo
- Ti sta invitando… offre N.
- Che sara’ mai ……una mensilita’ di pensione …pluffff
- Cosa fai, insegni?
- No, sono una psicologa… sto scrivendo un articolo sugli anziani…. e ho visto questa chat…bella cosa…
- Puoi scrivere che amano la vita in tutti gli aspetti… vogliono divertirsi e non pensare ai problemi
- Posso chiederti quanti anni hai? 
- 64
- Allora non sei anziano…sei nel fiore della gioventù…
- Eh no eh!
- L’unico anziano in chat sono io
- Quanti anni hai?
- 66
- Altro adolescente..
- Gli altri o sono più giovani o si sentono giovani
- Devo andare, pranzo, pennichella, e dopo una corsetta al parco
- Vedi la terza età…
- Mica sto a vedere la tv in pantofole
- E ci mancherebbe…
- Ciao
- Ciao
- Ciao
- Gli anni non li ho decisi io, ci sono
- Certo
- Tutti diciamo che ci sentiamo più giovani
-  É bello….
- Nè posso chiedere ad uno quanti anni mi da
- Tu quanti te ne daresti? 
- A secondo dei momenti, allegro o triste…, ne dimostri di più o di meno …ma…66…sono quelli..
Mi diverto molto…non so fare discorsi seri…non so spiegarmi…
- Ti stai spiegando benissimo…
- Vado a fumare…
- Ciao!
- Ci risentiamo! Alla prossima!

Siamo ancora convinti che questi nostri anziani vogliano solo ballare e giocare a carte? Forse non sono i loro interessi, ma il nostro orizzonte che ha bisogno di essere allargato un po’…

Si fa riferimento al terremoto che ha colpito e devastato la regione dell’Abbruzzo

Il termine care giver è utilizzato in questo contesto riferendosi alle persone che si “prendono cura” del soggetto anziano, siano esse figure professionali o meno.

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