Counseling Psicologico

Counseling psicologico e autostima

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Che cos’è l’autostima? Volendo partire dall’etimologia della parola, troviamo il verbo “stimare” derivante dal latino “aestimare” che significa “valutare” nella doppia accezione di “determinare il valore di” e “avere un’opinione su”. Da questo punto di vista il concetto di autostima racchiude come ciascuno vede se stesso, come si giudica e che tipo di valore si attribuisce.

L’autostima è l’immagine che ciascuno ha di sé, che si costruisce fin dall’infanzia e che è la risultante della combinazione di vari fattori. Rappresenta dunque unavalutazione sul concetto di sé, una reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano se stesse, collegata alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Essa comprende dunque un aspetto cognitivo (le opinioni che ognuno ha su di sé),un aspetto emotivo (cosa la persona prova nei propri confronti), e un aspetto comportamentale (come la persona si comporta nei suoi riguardi) (Strocchi, 2003).
Essa è un processo, un modo di relazionarsi con la realtà e rappresenta anche un filtro attraverso il quale la si interpreta. L’autostima ha notevoli ripercussioni su molti ambiti della vita, su come ci si presenta e si interagisce, sulla scelta e sulla realizzazione degli obiettivi, sulle reazioni agli eventi positivi e negativi. Essa è dunque di fondamentale importanza per la salute psicologica ed è strettamente connessa ad altri concetti quali l’autoefficacia, l’assertività, il senso di colpa.

Che cos’è il counseling psicologico? Esso consiste in una metodologia di consulenza psicologica fondata sul concetto di ascolto attivo, sull’ attenzione rivolta ai bisogni, alle risorse interne e alle potenzialità della persona.
Attraverso la relazione, si favorisce l’autoesplorazione e quindi la conoscenza di sé e una maggiore consapevolezza del proprio pensare e del proprio agire e si facilita lo sviluppo delle risorse personali e delle strategie di coping (fronteggiamento delle difficoltà).
Tutto questo per aumentare la qualita’ della vita del cliente favorendo il miglioramento dell’uso delle proprie risorse e l’attenzione e la soddisfazione delle proprie esigenze, i propri bisogni e desideri. Fondamentalmente il counseling si occupa della salutogenesi (Giusti, Mattachini, Merli, Montanari, 1993).
L’obiettivo è quello di accrescere l’autonomia in relazione al proprio ambiente sociale, professionale e culturale, focalizzando l’intervento sul “qui ed ora” (“Sul passato non si può agire, il futuro è solo una previsione”).
Questo significa che il counseling, a differenza di altri approcci a carattere psicologico, non pone l’accento sulla eventuale “problematicità” o patologia dell’individuo, che viene invece visto come portatore e origine delle soluzioni. Ruolo del counselor, è mettere la persona nelle condizioni di comprendere la situazione in cui si trova e di gestire il problema, capitalizzando le proprie risorse interne.

E’ importante capire che la stima di sé è qualcosa che si è appreso e costruito nel tempo: dunque si può anche, gradualmente, apprendere dei comportamenti nuovi, degli atteggiamenti e delle modalità di pensiero diversi, partendo da una maggiore conoscenza riguardo a se stessi e ai propri meccanismi e dialoghi interni. Un percorso di counseling psicologico, può essere utile in tal senso, in quanto, come già accennato, presuppone come scopi di base una maggiore consapevolezza, una presa di responsabilità, un’attivazione da parte del cliente che non viene “curato” dal counselor, ma aiutato ad individuare le proprie risorse interne, a valorizzarle, a porsi degli obiettivi, ad ampliare il numero di strategie di coping a disposizione, ad affrontare costruttivamente le situazioni. al fine di agevolare la sua indipendenza e di renderlo attivo, autonomo e propositivo anzichè passivo (caratteristica spesso riscontrata nelle persone con problemi di autostima).

Tutto questo avviene tramite la relazione che si instaura tra i due, basata sull’accettazione incondizionata, l’empatia, l’empowerment.
Il cliente viene accettato in tutta la sua unicità, senza essere giudicato. Vengono rispettati anche i suoi tempi e i suoi modi, in una atmosfera di genuinità, di autentico rispetto: il professionista è, nella sua umanità, parte integrante nella relazione, la quale costituisce il maggior veicolo di cambiamento. L’empatia è fondamentale, il professionista deve avere la capacità di immedesimarsi e calarsi nei pensieri, nelle emozioni, negli stati d’animo di chi ha di fronte, senza però perdere in obiettività. Ai fini di una reale comprensione è dunque importante “sentire” come sente il paziente. Con il termine empowerment si vuole indicare il processo di responsabilizzazione del cliente, il favorire la presa di coscienza delle proprie capacità e della propria autoefficacia.

Il concetto di autoefficacia (self-efficacy) si deve a Bandura e può essere definito come la convinzione personale di poter eseguire con successo i comportamenti richiesti in una data situazione o di produrre determinati conseguimenti. L’autoefficacia percepita influenza gli obiettivi che il soggetto si pone ed è a sua volta influenzata dalle prestazioni e dalle interpretazioni passate e presenti.

Dunque, la nozione di autoefficacia, si fonda sulla stima che l’individuo fa delle sue abilità di riuscire in un determinato compito e si forma anche in base a previe esperienze di successo e all’osservazione di comportamenti altrui (esperienza vicaria). Una valutazione ragionevolmente accurata delle proprie capacità svolge un ruolo importante nel funzionamento di successo. Anzi, i giudizi di efficacia più funzionali sono probabilmente quelli che eccedono leggermente ciò che si è in grado di fare. Tali autovalutazioni conducono le persone ad intraprendere compiti realisticamente stimolanti e forniscono la motivazione per il progressivo auto-sviluppo delle proprie capacità. (Giusti-Testi, 2006).
Bandura (2000), ritiene, infatti, che una irrealistica stima dell’auto-efficacia conduce spesso al successo, mentre il deprezzamento delle proprie abilità da parte del soggetto predice l’esito negativo.

Il counseling nasce già, in un certo senso, come un lavoro sul senso di autoefficacia della persona. Esso mira a “ristrutturare” certe convinzioni erronee e a rendere consapevoli alcuni dei dialoghi interiori che sono alla base dell’autostima e, più in generale, del disagio psicologico.
La bassa autostima favorire paure e fobie, difficoltà interpersonali, ansia, insicurezze, depressione, mancata autorealizzazione. Se ci pensiamo bene, in fondo, i problemi di autostima e autoefficacia possono essere considerati come trasversali a qualunque problema emotivo o comportamentale, in qualunque contesto.
Secondo le “Teorie del sé” infatti, autostima ed autoefficacia, rappresentano due dei tre pilastri alla base del benessere e di una personalità ben strutturata, che sono autostima, autoefficacia e attaccamento, intendendo, per quest’ultimo, lafiducia di poter meritare e ricambiare amore.
Questi tre fattori hanno in comune il concetto di controllo nel senso di motivazione umana al controllo del proprio ambiente. Maggiore sarà la capacità di controllo percepita, più alti saranno i livelli di autostima e di autoefficacia.

 

MECCANISMI CIRCOLARI & CIRCOLI VIZIOSI

Vari fattori sono implicati nel processo di formazione dell’autostima. Tra questi sono sicuramente importanti i messaggi provenienti dall’esterno, in particolare dalle figure di riferimento più significative (genitori, insegnanti, coetanei) e dalle interpretazioni che si danno a tali messaggi. Hanno un ruolo fondamentale anche le valutazioni su se stessi e sulle proprie azioni. 
L’autostima dipende dunque sia da fattori interni, cioè dagli schemi cognitivi della persona, dalla sua soggettiva visione della realtà e di se stessa, sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che si ottengono e la qualità dei “messaggi” che si ricevono dalle altre persone.
L’autostima non è dunque un concetto statico: essa continua a modificarsi nel corso dell’esistenza e ad alimentarsi attraverso le esperienze di vita, i successi, i fallimenti, i feedback ricevuti e il modo in cui tutto ciò viene vissuto e percepito. L’individuo infatti sviluppa un’idea di sé sulla base di come viene trattato o giudicato dagli altri che fanno da “specchio”: l’immagine che rimandano, diventa pian piano ciò che l’individuo pensa di se stesso. In pratica, soprattutto da bambino, egli interiorizza ciò che l’ambiente in cui vive gli comunica su se stesso, le opinioni che gli adulti hanno nei suoi confronti e può accadere che cominci a considerarle realtà oggettive. Il risultato di questa interiorizzazione è che, anche quando tali figure non sono più fisicamente presenti, è come se la persona continuasse a percepire le loro voci, le loro critiche, i loro commenti dentro di sè. Il problema nasce nel caso in cui questa sorta di “dialogo interno” sia denigratorio, esageratamente esigente e giudicante: questo provoca sensazioni spiacevoli, fa sentire inadeguati e porta a giudizi negativi su se stessi (Francescato-Giusti, 1999).

James definiva l’autostima come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale: il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti; mentre il sé ideale è l’immagine della persona che si vorrebbe essere. Secondo James una persona sperimenterà una bassa autostima se il Sé percepito non riesce a raggiungere il livello del Sé ideale. L’ampiezza della discrepanza tra come ci si vede e come si vorrebbe essere è infatti un segno importante del grado in cui si è soddisfatti di se stessi. In altre parole, secondo la definizione di James, l’autostima scaturisce dal confronto tra la valutazione dei risultati delle esperienze e le aspettative ideali. Tra l’altro, non è detto che il Sé percepito sia sovrapponibile a quello che possiamo definire Sè reale, cioè l’oggettiva valutazione delle caratteristiche possedute dalla persona. Si incorre spesso in “errori di valutazione”, che possono contribuire all’insorgenza di problemi di autostima. Così come quando,ad esempio, dai genitori o da altre figure di riferimento, arrivano costantemente dei messaggi molto richiedenti, di perfezionismo, di successo: dentro l’individuo potrebbero formarsi un ideale di sè e degli standard di comportamento ideale che possono causare grande insoddisfazione, poiché troppo lontani dal Sé percepito e/o dal Sé reale Ovviamente, più sono ampie queste discrepanze, maggiori sono le probabilità di sviluppare una scarsa autostima. Ci possono essere dei casi in cui è effettivamente opportuno intervenire sul Sé reale, poiché la persona non possiede realmente alcune competenze, sviluppando al meglio le sue potenzialità, aiutandola ad affinare le proprie abilità comunicative e ad aumentare il ventaglio di strategie di coping in suo possesso.
Pensiamo al caso di un ragazzo molto timido che pensa di non piacere alle ragazze: l’intervento sarà volto a migliorare le sue competenze sociali per gestire con successo i rapporti interpersonali.
Anche i modelli socio-cognitivi propongono una tripartizione del concetto di Sé:

  • Attuale, assimilabile al concetto di Sé percepito, è la rappresentazione che un individuo ha di se stesso: le qualità che pensa di avere effettivamente (“Sono una persona intelligente, testarda, altruista”)
  • Ideale: rappresentazione che un individuo ha di come spera, desidera o vorrebbe essere: le qualità che si vorrebbero possedere idealmente (“Vorrei essere attraente, famoso, deciso, amato”) (Sé ideale).
  • Imperativo: rappresentazione che un individuo ha di come dovrebbe essere: le qualità che crede sia obbligatorio avere. (Dovrei essere più ambizioso, disciplinato, non devo piangere, né chiedere aiuto, né arrabbiarmi).

Con questo modello “aumentano” dunque anche i tipi di discrepanze possibili e dunque le situazioni che possono influire sull’immagine che si ha di se stessi, in maniera negativa.
Questo avviene soprattutto se si interiorizzano, o si creano, degli “standard” interni troppo elevati, se i Sé ideale e imperativo sono troppo lontani da quello attuale: idee poco realistiche su come si vorrebbe o si dovrebbe essere, che influiranno, ad esempio, sugli obiettivi da porsi, rischiando un pericoloso circolo vizioso. Se infatti ci si pone una meta troppo lontana dalle proprie possibilità, il fallimento sarà inevitabile. Infatti, un altro obiettivo importante nel lavoro psicologico, sarà quello di lavorare sul locus of control (parte del mondo cognitivo in cui il soggetto colloca la causa di un fatto) del cliente. Chi non ha una autostima alta tende a ricondurre stabilmente alla propria incapacità gli insuccessi (locus attributivo interno stabile) e i successi a fattori esterni, incontrollabili (fortuna, facilità del compito). Tornando all’esempio precedente, quando ci si trova di fronte all’inevitabile fallimento, se lo si attribuisce alla propria incapacità piuttosto che alla oggettiva difficoltà, si contribuisce alla costruzione di un’immagine negativa di se stessi. E se si ha un’immagine di sè come persona con scarse qualità e capacità, è probabile che, nelle successive occasioni, ci si appresti ad affrontare un compito o una situazione con un approccio poco convinto, (del tipo: “Tanto è inutile”, “Tanto andrà male come sempre”, “Non credo di essere capace” ecc.), limitando l’impegno e la reattività. Tutto ciò crea le basi per un effettivo insuccesso che confermerà e alimenterà l’immagine negativa di partenza (profezia che si auto-avvera).

 

autostima bassa ? aspettative negative ? ansia e scarso impegno
                        
auto-valutazioni negative ¬ fallimento

 

Chiaramente, se gli standard sono molto alti, irraggiungibili, è facile che l’esperienza sarà quella di frequenti fallimenti e rari successi: ciò può essere tra le cause, ma anche tra gli effetti, di una autostima bassa.
Infatti le persone con alta autostima tendono ad impegnarsi maggiormente e, di conseguenza, a conseguire successi e conquistando obiettivi sempre più elevati. Le persone con bassa autostima prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità.

Le persone con un’autostima globalmente alta, tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire anche gli eventi negativi con serenità, anche perché questi non vengono necessariamente imputati a cause interne in maniera stabile (ES. “Non sono stato all’altezza, stavolta” e non “Non sono capace a far nulla, come sempre”), ma anche a fattori esterni (sfortuna, difficoltà del compito ecc.). Al contrario, le persone con una bassa autostima tendono ad essere pessimiste e non sono sempre in grado di sfruttare le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi.

Ricapitolando, il modo in cui si fissano gli standard interni, ha un grande ruolo nella costruzione dell’autostima. Un passo importante sarà dunque quello di individuare gli eventuali standard poco realistici e le loro fonti, al fine di favorirne la presa di coscienza e il successivo ridimensionamento, affinché gli obiettivi diventino più “ragionevoli” e quindi più facili da raggiungere, e i propri limiti riconosciuti e accettati. In altre parole, in alcuni casi può essere utile focalizzare l’intervento psicologico sul Sé ideale, per renderlo meno discrepante dal Sé reale: quando un obiettivo è realistico, seppur ambizioso, il suo raggiungimento permetterà alla persona di sperimentare il senso di autoefficacia, di competenza, di soddisfazione, con inevitabili riverberi positivi sulla stima di sé e, di conseguenza, sulle probabilità di successo.
Questo può essere uno degli obiettivi di un percorso di counseling, nel quale lo psicologo faciliterà il processo di autoesplorazione, al fine di “affinare” la conoscenza che il cliente ha di se stesso. Per favorire questo processo di autoconoscenza si può, ad esempio, chiedere al cliente di scrivere un diario in cui racconti quali sono le situazioni che provocano certi stati d’animo negativi (o positivi), allo scopo, ad esempio, di trovare ciò che le accomuna, un “filo conduttore”. Questa, come la prescrizione di altri compiti, può essere utili per favorire, non solo una maggior definizione dell’immagine di se stessi, ma anche la sperimentazione di nuovi comportamenti e loro conseguenze e l’individuazione di “noccioli” importanti. Già il “mettere nero su bianco” anche relativamente ai propri obiettivi e/o desideri, ha di per sé un valore funzionale nel processo di consapevolizzazione e di cambiamento. Attraverso i compiti scritti o comportamentali, il cliente può effettuare, in maniera sempre più autonoma, una valutazione e un monitoraggio degli obiettivi e dei progressi raggiunti, autogratificandosi e “nutrendo”, la propria sensazione di autoefficacia.

Inoltre i compiti forniscono (al counselor, ma anche al soggetto stesso!) molte informazioni sul cliente rispetto a quelle ottenibili solo durante la seduta e hanno l’effetto di estendere l’efficacia del lavoro oltre il colloquio.
Altra caratteristica della persona con scarsa autostima, è che spesso è molto sensibile alle critiche e tende a dare poca rilevanza ai giudizi positivi che riceve dagli altri, rimanendo focalizzata sui propri difetti reali o immaginari. E’ probabile che la persona in questione sia cresciuta in un ambiente nel quale i successi venivano dati per scontati dall’esterno (e, successivamente, dall’interno), risultando a volte invisibili, mentre gli insuccessi sottolineati, enfatizzati, drammatizzati, puniti.
Questa mancanza di riconoscimento, bisogno imprescindibile di ogni essere umano, può provocare profonde ferite narcisistiche che possono influenzare negativamente l’autostima. Ciò comporta anche una difficoltà nel godersi i propri meriti, una certa tendenza a darli per scontati o a non notarli. Grande attenzione verrà invece concessa agli insuccessi, o presunti tali. Uno degli obiettivi del counseling potrà infatti essere quello di ridimensionare l’importanza degli insuccessi, senza considerarli come prove del proprio scarso valore. E’ importante non generalizzare la negatività dell’evento alla persona in senso globale, ma circoscrivere il giudizio al comportamento non all’intera personalità e utilizzandolo per migliorare.
Per contrastare la tendenza all’autosvalutazione, sarà utile lavorare sul Sé percepito, aiutando la persona ad esaminare obiettivamente le proprie competenze, riportando fatti che vadano a contrastare le false credenze. Ad esempio, un’anoressica che rifiuta di mangiare perché si vede grassa, necessita di un intenso lavoro sulla corretta percezione dell’immagine corporea.

Possiamo concludere questa parte con una riflessione importante. Benessere e realizzazione dipendono anche dall’autenticità, dal contatto con tutte le proprie dimensioni fondamentali, dall’integrazione creativa delle stesse nella personalità. Perché questa integrazione avvenga, è necessario innanzitutto riconoscerle, riportandole nell’ambito della consapevolezza, senza provare a negarle o a proiettarle su altri e infine accettandosi in quanto totalità organica multidimensionale, che opera in sinergia profonda con se stessa e con l’ambiente. La consapevolezza della propria totalità permette di compiere scelte in base a quello che si è veramente e non in base a quello che si dovrebbe (o si vorrebbe) essere, ma sempre nel rispetto della propria unicità e dei propri tempi, senza condannarsi in caso di errori, avendo una visione di sé sana, realistica, con pregi e difetti, punti di forza e debolezze. L’autocritica è importante, poiché favorisce la crescita, ma a patto che si tratti di critiche costruttive e non distruttive, squalificanti, come spesso si riscontra nelle persone con bassa autostima. Attraverso il counseling, una volta preso coscienza di questi meccanismi interiori, si può imparare a riconoscerli nel momento in cui si sta per rimetterli in atto e decidere, stavolta consapevolmente, se proseguire o “aggiustare il tiro”. Il counseling può essere utile in tal senso anche perché il cliente può iniziare a sperimentarsi in nuove modalità, avendo la certezza di un punto di riferimento, di un setting protetto nel quale poi esprimere, elaborare e dare significato alle emozioni e ai pensieri conseguenti. Il cambiamento non è un percorso facile e indolore: le “scosse d’assestamento” per le quali inevitabilmente si passa, avranno delle ripercussioni sul lato emotivo, per le quali il counselor può rappresentare un valido sostegno.

 

AUTOSTIMA/E

Essendo il concetto di sé e l’autostima necessariamente correlati agli ambiti importanti della vita (es. lavoro, amicizia, sport, ecc.), l’autostima complessiva, o globale, di una persona dipenderà dai molteplici contesti in cui si trova ad agire, ma soprattutto dall’importanza che essa attribuisce a ciascuno di questi contesti.
Alcuni studiosi distinguono infatti “autostima globale” da “autostima specifica”, definendo la prima come un giudizio complessivo sul proprio valore e la seconda come un giudizio che riguarda un particolare settore (fisico, intellettuale, morale, sociale, ecc.).

L’autostima globale non corrisponde, però, necessariamente alla somma o alla media delle varie “autostime specifiche”. Chi ha molte “autostima specifiche” buone, può ugualmente conservare un generico giudizio negativo su di sé e, viceversa, si può avere una buona auto-valutazione complessiva, pur possedendo delle scarse autostima specifiche. Questo perché l’autostima è una dimensione soggettiva e, molto importante, è il peso che ogni individuo assegna ad una determinata autostima specifica rispetto a quella globale, che ne risulterà, di conseguenza, più o meno influenzata.
Tale valutazione può essere dunque discriminativa (il soggetto sa in quali ambiti si dà una valutazione positiva e in quali no e questo giudizio non positivo non è connotato da importanti valenze affettive) o globale (il soggetto valuta tutto se stesso non discriminando i vari ambiti. Es: non so guidare quindi non valgo niente). I maggiori problemi nascono quando si tende ad una valutazione di sé di tipo globale.

In un intervento di counseling è importante infatti portare il cliente a circoscrivere il “problema”ad ambiti precisi e, ad esempio, a descrivere se stessi nel momento attuale e in un momento passato, invitando la persona a descrivere in che modo il suo “autoritratto” è cambiato. In questo modo si arriva a capire per quali distorsioni l’autostima e l’autoefficacia hanno subito una deflessione nel momento attuale e nel problema contingente.
Può essere utile, successivamente, far effettuare al cliente un raffronto tra autostima ed autoefficacia, nel presente e nel passato, facendo leva sulle descrizioni di se stesso e degli ambiti nei quali, in passato, egli si percepiva in maniera positiva.
E’ altresì importante invitare il cliente a prendere coscienza del linguaggio che utilizza nei giudizi che esprime su di sé. Chi ha una bassa autostima tende a utilizzare auto-giudizi di tipo globale.
Come nel caso degli insuccessi, sarebbe utile invece aiutare il cliente ad imparare ad utilizzare un linguaggio diverso, a circoscrivere i propri giudizi negativi a dei comportamenti specifici e non all’intera personalità. Ad esempio, il cliente potrebbe essere abituato a dire “Sono pigro, timido, inefficiente, egoista…”, anziché “Non mi va di fare questa cosa, in alcune situazioni mi comporto così, inquesto ambito non sono preparato, con determinate persone mi sento in imbarazzo…”

 

AUTOSTIMA & RAPPORTI INTERPERSONALI

Altro problema sorge quando l’unica fonte di “nutrimento” per l’autostima è l’approvazione altrui, che sicuramente è importante e fa piacere a tutti, ma il rischio è quello di diventarne “dipendenti”: in questo caso, quando questa non arriva, la percezione di sé può subire un crollo, arrivando all’auto-svalutazione, che a sua volta influenza negativamente anche le motivazioni, lo spirito di iniziativa, le aspirazioni, innescando nuovi, pericolosi, circoli viziosi.
Tra l’altro, se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso, cioè che gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”. Niente di più vero. Una persona che non gode di una buona autostima può avere la tendenza a mostrarsi in maniera negativa, a sminuirsi, ad essere eccessivamente umile, modesta, compiacente, poco assertiva. Inevitabilmente, le persone attorno ad essa, tenderanno a cogliere questi messaggi e a trattarla, di conseguenza, in maniera coerente con il modo attraverso il quale si pone. Ciò rinforzerà maggiormente l’immagine già negativa che la persona ha di se stessa. E’ importante quindi, che il cliente, una volta preso atto di questo, venga aiutato a diventare un referente interno di se stesso, decidendo in maniera autonoma, a quali canoni volersi ispirare.

A questo proposito, ritengo che anche un percorso psicologico in gruppo possa rivelarsi utile, con le persone che hanno una autostima scarsa, le quali spesso hanno delle profonde convinzioni (negative) sul modo in cui i propri comportamenti vengono giudicati dagli altri, sull’immagine che questi hanno su di loro. I vari componenti del gruppo, potrebbero fungere da specchio e la persona potrebbe ricevere importanti feedback per aumentare la propria conoscenza di sé, che potrebbero rivelarsi utili anche per “sfatare” qualche idea negativa su se stesso e sul modo in cui viene percepito dall’esterno. Il confronto con gli altri può rappresentare uno strumento molto potente di aiuto, in quanto può essere vissuto come un valido “contenitore” e come un contesto protetto nel quale iniziare a sperimentare nuove modalità di pensiero e di azione da “esportare” al di fuori. La possibilità di sperimentare il contatto pieno con l’altro e di costruire relazioni significative consente ai partecipanti di introiettare un esperienza positiva su cui successivamente sarà possibile costruire relazioni nuove al di fuori del gruppo e diventare così più indipendenti e sereni nei rapporti interpersonali. Sperimentare la vicinanza, godere dell’intimità, fanno nascere nelle persone il desiderio della libertà, di essere ciò che si è, al di là delle apparenze, al di là delle attese degli altri, al di là dei ruoli. Una delle dinamiche principali che si snodano all’interno di un gruppo è l’assunzione di responsabilità, intesa come impegno da parte dei partecipanti a realizzare il cambiamento.
Attraverso il gruppo, si può lavorare anche su aspetti specifici che riguardano le interazioni con gli altri, come ad esempio la comunicazione, le critiche (sia il farle che riceverle), il linguaggio: tutti aspetti nei quali l’autostima ha un ruolo importante e che hanno a che fare anche con il senso di colpa e l’assertività.

 

SENSO DI COLPA & ASSERTIVITA’

Lavorare sull’autostima, spesso presuppone e/o include, un lavoro sull’assertività e, in maniera più ampia, di comunicazione
Assertività è un termine che proviene dal latino, asserere, che significa asserire, cioè affermare con convinzione e tenacia. Per definire il comportamento assertivo, lo si può immaginare come il punto centrale di un continuum che presenta, alle sue due estremità, il comportamento aggressivo e quello passivo (Giusti, 1992)
Il comportamento passivo è quello di una persona che mette da parte le proprie esigenze, i propri diritti, subisce le situazioni senza apparenti reazioni: nel rapporto con gli altri non riesce a dimostrare adeguatamente quello che sa fare e quanto vale ed in questo modo rischia di essere svalutata dagli altri oltre che da se stessa. Alla base di questo comportamento potrebbe esserci la convinzione che, per essere amati e accettati, sia necessario essere accomodanti, dare meno problemi possibili o che non si è sufficientemente “in diritto” di difendere o anche soltanto esprimere , le proprie opinioni e i propri pensieri.

Il comportamento aggressivo è quello di una persona che cerca di fare in modo che le proprie esigenze ed i propri diritti siano soddisfatti ad ogni costo, senza tenere in considerazione le opinioni e le necessità altrui. In questo modo, riesce anche ad appagare alcuni bisogni, ma rischia di compromettere altri elementi importanti della propria vita, come i rapporti interpersonali. In questo modo, pur ottenendo dei successi, chi si comporta in modo aggressivo si trova spesso ad essere insoddisfatto di se stesso.
Il comportamento assertivo è invece quello di chi considera importanti le proprie esigenze, i propri diritti, bisogni e desideri e cerca di soddisfarli. Riconosce la propria e l’altrui libertà, non si fa condizionare da pregiudizi e da influenze ambientali.

L’assertività è dunque la capacità di identificare ed esprimere i propri bisogni e i propri diritti, le proprie sensazioni positive o negative, comunicare in modo aperto, onesto, diretto, senza violare i diritti ed i limiti altrui. Comportarsi in maniera assertiva vuol dire apprezzarsi per ciò che si è, riconoscendo anche i propri limiti, avere stima di se stessi, assumersi la responsabilità delle proprie scelte di vita.
In sintesi, si può dire che l’assertività, tenendo presenti i propri obiettivi ed interessi, è la manifestazione più immediata e diretta di emozioni, sentimenti, esigenze e convinzioni personali. (Giannantonio-Boldorini, 2007).
Attraverso il counseling psicologico, il cliente può rendersi conto di quali sono le proprie modalità comunicative, quali le circostanze, le persone, gli stati d’animo che favoriscono la messa in atto di determinate modalità piuttosto che di altre. Anche in questo caso, si tratta di una presa di coscienza di sé, che è propedeutica ad una successiva fase di cambiamento, di apprendimento, di integrazione e sperimentazione graduale di nuove modalità comunicative, allo scopo di responsabilizzarsi e, qualora ve ne fosse la necessità, di favorire un aumento dei comportamenti assertivi.

La bassa autostima, la mancanza di assertività e la tendenza a provaresensi di colpa, spesso convivono e si alimentano a vicenda. E allora può accadere che, nelle persone con queste caratteristiche, vi sia la convinzione di doversi adattare a tutte le aspettative che gli altri (o se stessi!) hanno su di loro. Per loro è molto difficile fissare i limiti del rapporto con gli altri. Spesso si sentono colpevoli anche nel dire di “no” alle richieste altrui, in quanto si sentono “in dovere” di essere perennemente disponibili e, di conseguenza, in colpa quando non adempiono a questo come ad altri doveri.

Il senso di colpa è caratterizzato da sensazioni di malessere, di disagio, di inadeguatezza, di frustrazione, di angoscia che non sempre si riferiscono ad un oggetto specifico e reale, ma rappresentano sensazioni vaghe, indefinite, pervasive, delle quali spesso non si distinguono le cause e alle quali si cerca di dare, spesso con scarsi successi, spiegazioni razionali.
Alcuni sensi di colpa possono considerarsi ragionevoli, ad esempio quando si arreca danno a qualcuno o si commettono gravi errori, poiché contribuiscono al cambiamento e alla crescita della persona. Altre volte però costituiscono un inutile “fardello” che inficia il benessere. I sensi di colpa nascono dall’interiorizzazione di norme culturali e morali trasmesse dall’ambiente fisico, familiare, sociale, nel quale si vive. (Strocchi, 2003)
Anche il senso di colpa può nascere dall’incongruenza tra un’immagine ideale di sè e l’immagine reale di sè. Chi è molto esigente e critico nei propri confronti avrà maggiori possibilità di sperimentare queste incongruenze e le sensazioni relative.

Inoltre, l’eccessiva sensibilità al senso di colpa, rende l’individuo facilmente manipolabile da parte degli altri. E dunque maggiormente esposto ai ricatti affettivi: “Fai come vuoi ma sappi che mi farai soffrire”à “se faccio ugualmente questa cosa sono una persona cattiva”. Da qui due possibilità: scegliere di mettere in atto comunque il comportamento in questione ed esporsi al senso di colpa o “castrarsi”, “snaturarsi”, ed evitare tale comportamento, perdendo in autenticità.
I sensi di colpa possono portare una persona a vivere un’esistenza che non le appartiene, poiché si affanna ad adempiere a ciò che “è giusto”, a delle norme passivamente introiettate o altrui, e ad auto-punirsi quando, appunto, non si comporta “giustamente”. Il senso di colpa può tradursi in veri e propri disturbi psichici e/o fisici che possono rappresentare una sorta di “espiazione” o derivare da un accumulo di tensione. Quest’ultima può dunque ritorcersi contro se stessi oppure “esplodere” portando conseguenze negative nei rapporti interpersonali.
Importante sarebbe far “allenare” il cliente a riconoscere la presenza del senso di colpa, le circostanze che ne favoriscono l’insorgenza e, soprattutto, indagarne le origini. Attraverso il counseling, si può favorire questo lavoro di conoscenza, al fine di rendere consapevoli i propri “auto-messaggi” più frequenti e le proprie credenze irrazionali, come ad esempio: “non si deve controbattere”, “non si può dire di no”, “chi pensa prima a se stesso è un egoista”, “chi piange e/o chiede aiuto è un debole”, “bisogna essere approvati da tutti”, “devo essere infallibile” etc. Una volte “emersi” tutti questi messaggi, si può iniziare, gradualmente, a modificarli e/o a sostituirli. Questo avrà, sicuramente, un effetto anche riguardo l’assertività: ad esempio, liberandosi dal senso di colpa conseguente, si può più agevolmente dire di “no” ed esprimere con maggiore libertà ciò che si pensa e si prova realmente, senza sfociare nell’estremo opposto dell’aggressività. Ad esempio, si possono illustrare al cliente alcune tecniche per una comunicazione più efficace, come ad esempio il “Messaggio-Io”, che può essere utilizzato per esprimere una problematica. I “Messaggi-Io”, non esprimono un giudizio su chi ascolta, ma palesano i sentimenti di chi parla, pongono l’interlocutore di fronte agli effetti del suo atto e ai sentimenti che provoca negli altri. Spesso invece si utilizzano i “Messaggi-Tu”, i quali, al contrario, esprimono un giudizio sul destinatario e rappresenta dunque un tipo di comunicazione inefficace in quanto provoca ribellione e atteggiamenti difensivi.
Questa tecnica prevede tre momenti:

  1. descrizione senza giudizio;
  2. effetto tangibile e concreto;
  3. reazione agli effetti.

Ad esempio, nel caso ci si trovi di fronte ad una persona in ritardo all’appuntamento, invece di esclamare, ad esempio “Sei sempre il solito, non hai rispetto per me!”, si potrebbe dire “Quando tu arrivi in ritardo (descrizione senza giudizio), io mi trovo ad interrompere quello che sto facendo per incontrarti e ad aspettarti in mezzo alla strada a lungo (effetto tangibile e concreto) e perdo la pazienza” (reazione agli effetti). Questo tipo di comunicazione risulterà senz’altro più efficace e costruttiva rispetto alla prima, in quanto la persona non si sentirà “attaccata” e si porranno le basi per un dialogo proficuo.
Lavorare sulla comunicazione è importante anche nell’ambito delle critiche, non solo quelle rivolte verso se stessi di cui parlavamo precedentemente, ma anche relativamente alle interazioni con gli altri. Spesso può essere difficile sia fare delle critiche (costruttive), che riceverne, specie negli individui con bassa autostima. Anche a questo proposito, nel counseling psicologico, il cliente viene spronato a prendere atto delle proprie modalità abituali ed, eventualmente a “ristrutturarle”. Se ad esempio ci si rende conto di utilizzare perlopiù delle critiche di tipo distruttivo (che si focalizzano sulla persona e non sul comportamento, generalizzano con parole tipo “mai” e/o “sempre” e hanno l’intento di mortificare e punire l’altro), si può, gradualmente dis-imparare questa abitudine, in favore di una modalità più costruttiva e rispettosa e inoltre, riconoscerla quando viene messa in atto dagli altri e a reagire di conseguenza. Una critica è costruttiva quando si focalizza su un problema, senza “etichettare” l’altra persona, quando descrive concretamente il comportamento che si vuole criticare senza lasciare ambiguità, quando non ha lo scopo di aggredire, ma di proporre cambiamenti costruttivi. Affinchè la comunicazione divenga più assertiva sono importanti anche l’intonazione e il tono della voce (il messaggio deve essere chiaro e non gridato o espresso a voce troppo bassa), l’utilizzo di verbi incisivi (sostituire per esempio “non posso” con “non farò”; “ho bisogno” in “voglio”; “devo” con “scelgo di”) e di affermazioni chiare dirette piuttosto che domande (ad esempio una frase come “Non credi che…?” potrebbe diventare “Ciò che penso è…”). La comunicazione verbale deve inoltre essere accompagnata da un atteggiamento non verbale che sia congruente con il contenuto verbale che si vuole esprimere (Giusti, 1992).
Concludendo, l’autostima rappresenta una delle dimensioni più importanti della personalità di ogni individuo ed è alla base del suo benessere, in quanto comprende molti ambiti della vita: il lavoro nell’ambito del counseling psicologico risulterà, necessariamente, altrettanto multisfaccettato. Se guardiamo all’autostima come ad un sistema formato da varie componenti, ogni cambiamento che avverrà su ognuna di esse, avrà ripercussioni sull’intero sistema.

 

 

Bibliografia

Bandura A. (1977): Social learning Theories, Englewood Cliffs, New Jersey, Prentice Hall.
Bandura A. (a cura di) (1996): Il senso di autoefficacia. Aspettative su di sé ed azione, Erikson, Trento.
Bandura A. (2000): L’autoefficacia. Teoria e applicazioni, Erikson, Trento.
Francescato D. – Giusti E. (1999): Empowerment e Clinica, Edizioni Kappa, Roma.
Giannantonio M. – Boldorini A. L. (2007): Autostima, assertività e atteggiamento positivo – i fondamenti e la pratica della crescita personale, Ecomind, Salerno.
Giusti E. (1992): Training dell’assertività – mai dire sì quando si vorrebbe dire no!, Sovera Edizioni, Roma.
Giusti E. – Mattacchini C. – Merli C. – Montanari C. (1993): Counseling professionale. Dalla consulenza psicopedagogia alla terapia, Quaderni A.S.P.I.C., Roma
Giusti E. – Testi A. (2006): L’autoefficacia – vincere quasi sempre con le 3 A, Sovera Edizioni, Roma.
Strano M. (2004): Autoefficacia, Telematic Journal of Clinical Criminology
Strocchi M. C. (2003): Autostima – Se non ami te stesso, chi ti amerà?, Edizioni San Paolo, Milano

Comments

One Response to “Counseling psicologico e autostima”

  1. Buck
    May 24th, 2013 @ 17:21

    Ho trovato molto interessante questo scritto poichè credo che uno dei maggiori problemi che affligge in questo momento la nostra società sia proprio relativo alla autostima che l’essere umano perde di giorno in giorno.Grazie

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