Counseling Psicologico

Ad amare s’impara: il counseling psicologico di coppia come percorso verso una maggiore maturità affettiva

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A partire dalla presentazione, nella prima parte, di diversi contributi in merito alle difficoltà riscontrate ai nostri giorni nell’ambito delle relazioni intime significative e durature, l’articolo si propone di offrire una prospettiva che consenta di guardare alla crisi di coppia come una fase evolutiva, e come tale positiva. Una fase in cui, ogni componente della coppia, può trovare il suo spazio di crescita individuale e raggiungere così, una maggiore capacità di intimità con sé stesso e con l’altro.
In questo senso si inserisce la possibilità di intraprendere un percorso di counseling di coppia, nel momento, in cui, i partner trovandosi in una situazione di empasse, sentano il bisogno di un sostegno per ritrovare le proprie risorse

Nel counseling di coppia, delineato nei suoi aspetti applicativi (finalità e metodologie) nella seconda parte dell’articolo, i due partner possono infatti, trovare un sostegno/accompagnamento nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza e di nuove abilità comunicative e relazionali, all’interno di un percorso finalizzato al raggiungimento di una maggiore autonomia e maturità affettiva nelle relazioni intime.

Introduzione

Sebbene il concetto e il modo di vivere la coppia sia mutato nel corso degli anni e l’attenzione si sia gradualmente spostata verso un livello più affettivo, si è riscontrato un aumento delle difficoltà relazionali,  difficoltà nel mantenere lunghe relazioni e nel viverle bene.
I disagi sperimentati a livello personale (sempre più stress, disturbi d’ansia, di panico, ecc.) si ripercuotono nella coppia, dove trovano espressione altri sintomi correlati alla sintonizzazione, (incomunicabilità, disturbi sessuali, conflitti, ecc.) le aspettative verso l’altro sono il più delle volte troppo grandi e irrealistiche.
Nonostante, i cambiamenti  sociali e culturali, sembra inoltre permanere un’idealizzazione della coppia, dello stare insieme, dell’amore in generale che è, spesso causa di crisi nella coppia. Nell’articolo ci si è avvalsi dei contributi di diversi autori che si sono occupati delle relazioni di coppia da diverse prospettive teoriche (sistemico-relazionale, psicodinamico-analitico, psicospirituale). Si è  cercato di delineare i punti di contatto tra le teorizzazioni dei diversi approcci, al fine di offrire una prospettiva con cui guardare la coppia in crisi e le difficoltà relazionali in genere. La prospettiva  presentata  permette di guardare la crisi come un’opportunità più che, come una sconfitta, come una fase di un processo evolutivo di differenziazione che l’individuo compie proprio grazie all’instaurazione di una coppia. Un percorso duale in cui, il superamento delle difficoltà individuali e relazionali, può portare ad esperire una vera intimità affettiva, costruita nel rispetto dei reciproci bisogni e individualità.

Accenni storico-sociali

Andolfi (1999) nella prefazione del volume “La crisi di coppia”, da lui curato, che racchiude diversi contributi, rispetto alla coppia, secondo un prospettiva sistemico relazionale, afferma  che ci troviamo di fronte ad un problema sempre più drammatico dal punto di vista sociale e familiare, quello della crescente fragilità del sistema-coppia, che sembra in profonda crisi in quanto istituzione.

Se infatti, la coppia in passato, aveva un significato, se non un compito sociale ben preciso verso cui venivano riversate molte delle aspettative dello stare insieme, oggi il senso del fare coppia, dello stare insieme, è sostanzialmente mutato.

Minolli e la Coin (2007), che guardano la coppia da una prospettiva psicoanalitica, spiegano a tal proposito, come ci sia stata una transizione dalla tradizione patriarcale, secondo cui era scontato sposarsi e dove il matrimonio aveva un significato strumentale alla conservazione del patrimonio e alla garanzia di discendenza, ad una cultura più centrata sulla ricerca individuale di senso, dove la coppia ha lo scopo di rispondere primariamente ai bisogni affettivi del singolo.
Tale mutamento ha tracciato degli scenari sentimentali più consapevoli e anche più conflittuali che in passato, sogno e disillusione, speranza e paura, convivono in un delicatissimo equilibrio, non più garantito da norme e attese sociali che fungevano da stabilizzatori dei legami e che rendevano le crisi di coppia meno visibili e meno rilevanti.

Sempre secondo Minolli e la Coin  (2007), è proprio questa interpretazione moderna della coppia a dare ampio margine alla crisi. Una crisi, intesa dagli autori in senso trasformativo. E’ proprio, infatti, nella coppia fondata sulla scelta reciproca e condivisa, che può trovare spazio e attuarsi l’evoluzione individuale dei singoli.
Il duale di coppia viene quindi pensato, come ambito di stimolo del divenire dei singoli.

Abbandono dell’idealizzazione

A fronte di tali mutamenti permangono tuttavia,  miti, aspettative irrealistichelegate allo stare in coppia.
Come Minolli e la Coin (2007) evidenziano, è convinzione  popolare, che la passione viva di travagli che ostacolano/alimentano il desiderio e che la convalida del legame, il matrimonio, sia la tomba dell’amore.
Va considerato inoltre, secondo gli stessi, che anche se nella vita reale, le storie di coppia perdono molto dell’idealità dell’amore, spengono il fascino del sogno, disincantano e i conti vengono saldati con i litigi, le separazioni, i tradimenti, divorzi, l’idealizzazione non cede il passo.

Il sogno romantico, continuano gli autori, riferendosi alla rappresentazione dell’amore e della coppia secondo la cultura delle società occidentali post-industriali, di un incontro che finalmente garantirà senso e felicità alla propria esistenza, anche dopo ripetute delusioni sentimentali, sembra  non tramontare (Minolli, Coin 2007).

Nonostante i cambiamenti avvenuti, sembrano  persistere nell’immaginario e nel vissuto collettivo, aspettative idealizzanti nei confronti dell’amore. Un amore che prima o poi arriverà, un anima gemella che si incontrerà e ci capirà finalmente come nessuno ha fatto mai.

Il rischio che si corre nel rifugiarsi nell’ideale è cadere, quando, al termine dell’innamoramento, riconosciuto comunemente come  la prima fase dell’incontro tra due persone, segue una visione più realistica dell’altro e del rapporto. Tale fase porta con sé disillusioni amare, vere e proprie crisi, vissute il più delle volte in modo molto negativo.

Si! Perché, quando arriva la crisi, la delusione o meglio la disillusione, viene quasi sempre vissuta come un punto d’arrivo negativo della coppia, il capolinea.
La crisi, tuttavia, può essere vissuta  come un’ “opportunità d’oro”, nel modo in cui l’ha definita Schnarch (1999), per fare un salto qualitativo nella  relazione.

Amore come capacità che si può apprendere

Ma allora, se il principe azzurro non esiste e le relazioni sono caratterizzate da delusioni e disillusioni (che seguono la fase idealizzante dell’innamoramento) cosa rimane?

Alberoni (1979) sostiene che l’amore subentra quando la coppia accetta il disincanto.
Secondo Minolli e la Coin (2007), l’amore non è come l’illusione romantica vorrebbe, cioè, qualcosa che prima  poi arriva o accade, ad amare si imparalungo un percorso che è sempre unico e specifico per ogni coppia e per ogni partner.
L’amore è una possibilità che si costruisce profondamente con il percorso evolutivo individuale.

“La creazione della coppia e la possibilità di abitarla, esprimono la capacità del Io-soggetto di reggere l’investimento amoroso in rapporto al proprio equilibrio esistente e in rapporto all’investimento e all’equilibrio dell’altro” (Minolli e la Coin, pag.160, 2007).

L’ipotesi degli stessi autori è che, una volta costituitasi la coppia, sopraggiunga inevitabile il bisogno di un tempo più “individualizzato” che risponda all’esigenza, connaturata nel soggetto umano, di proseguire nel proprio divenire personale.

È il tempo che loro definiscono “della ripresa dopo l’innamoramento”, del confronto con la realtà.
Più specificatamente sostengono, che è inevitabile che prima o dopo nella vita di ogni coppia, avvenga il passaggio ad un uso “strumentale” dell’essere in coppia al servizio del divenire del singolo partner.
Da oggetto catalizzatore dell’investimento, la coppia, specificano gli autori, diventa il punto di leva per autorizzarsi ad andare oltre lo status quo e rimettere in moto il processo individuale.
Tale uso strumentale della coppia, precisano, da parte del singolo, non è frutto di  una scelta deliberata né, tanto meno cinica, ma è un’esigenza intrinseca alle motivazioni reali che fondano la coppia: è la conseguenza inevitabile della logica dell’inserimento nel duale; è la forma che, nella storia di coppia assume l’attuazione di sé.
In tale prospettiva affermano: “L’esperienza di amare e di sentirsi amati produce in ciascun partner l’effetto di rinforzo e abilitazione a procedere sulla strada del proprio processo” (Minolli, Coin, 2007 pag.163).

Differenziarsi per sperimentare una vera intimità con l’altro: ostacoli all’intimità

Whitaker (1990), evidenzia il  paradosso del matrimonio in cui “…due più sono vicini, più sono separati. Se non riescono a separarsi, non possono nemmeno aumentare l’intimità. Se non possono aumentare la loro individualità non possono aumentare il loro stare insieme” (Whitaker, 1990, pag.8).  L’autore descrive tale processo come caratterizzato da un movimento fluido, di avanti e indietro, come un ‘altalena di distanza-vicinanza, amore-odio, intimità-vulnerabilità.
 
Welwood (2007) che guarda la coppia da un approccio da lui definito psicospirituale, sostiene che per raggiungere e vivere una vera intimità, sia necessario divenire consapevoli sia della differenza tra l’amore assoluto e l’amore relativo sia dell’ esistenza della ferita del cuore che ci portiamo dentro.

L’amore assoluto, è un amore puro e incondizionato che traspare luminoso quando le persone mettono da parte se stesse, le proprie esigenze i propri programmi e si aprono completamente l’uno all’altra.  E’ quel sentimento che ci attraversa naturalmente quando ci apriamo del tutto con un’ altra persona, a noi stessi, alla vita. Rispetto agli altri, si manifesta con comportamenti altruistici; rispetto a se stessi, si rivela come sicurezza interiore e autoaccettazione che riscalda dall’interno; rispetto alla vita, si manifesta come sensazione di benessere, apprezzamento e gioia di vivere (Welwood, 2007).
L’amore assoluto passa attraverso di noi, si insedia dentro noi come essenza dell’amore, provare questo sentimento, ci fa sentire in sintonia, in connessione con noi stessi, con ciò che siamo veramente.
C’è poi, l’amore relativo, definito dall’autore, come la luce dell’amore assoluto filtrato dalle nubi della nostra personalità condizionata e dai suoi meccanismi di difesa.
L’amore relativo è incompleto, incostante, imperfetto, dipendente dalle circostanze, sale e scende, cambia forma e intensità senza interruzione. Lo splendore dell’amore assoluto vi può solo trasparire qualche momento con bagliori fugaci (Welwood, 2007).

Vi è infine, la ferita del cuore verbalizzabile secondo l’autore, con il “non sapere di essere amati per come siamo”. Tale ferita, che secondo Welwood (2007), è universalmente vissuta ed è riconducile ai traumi del passato, alle risposte mancate, ai bisogni insoddisfatti durante la nostra crescita,  può ottundere il cuore per tener lontano il dolore e di conseguenza chiudere all’amore le vie d’accesso tramite cui l’amore può fluire dentro e attraverso di noi.

L’autore, paragonando il cuore umano, ad un canale attraverso il quale il grande amore si riversa nel mondo, specifica che, questo canale è spesso ostruito da detriti: modelli di comportamento difensivi acquisiti durante la crescita, che derivano dal non sapere che siamo veramente amati.
Tali, potremmo chiamarle, chiusure, impediscono la naturale disponibilità dell’amore, che possiamo gustare in brevi momenti di puro contatto con  un’altra persona. Tanto più, infatti, due persone si aprono l’un l’altro più emergono le ferite più profonde, la disperazione, la diffidenza e i punti deboli più sensibili.
Tale ferita, continua l’autore, chiede risarcimento nelle relazioni attuali per ciò che non si è avuto emotivamente nelle relazioni passate.
Il primo passo, per curare la ferita e liberarsi dal risentimento che l’accompagna, sta appunto, nel rendersi conto dell’importante differenza tra amore assoluto e amore relativo.
I problemi si affacciano infatti quando ci si aspetta che l’amore si manifesti sempre come una condizione fissa, ideale e potremmo aggiungere, irrealistica, di incontro continuo (Welwood, 2007).

Questo tipo di aspettative, secondo l’autore, impedisce di apprezzare il dono particolare che l’amore relativo ha da offrire: l’intimità personale, la condivisione cioè, di ciò che si è, pur mantenendo la propria diversità. Questo, invece può avvenire solo quando  i due partner, si incontrano come due persone, quando l’uno, apprezza il modo in cui l’altro è completamente altro e tuttavia, allo stesso tempo non completamento altro.
Contare invece su una stabile sintonia, con un’altra persona, predispone a una frustrazione, perché è una condizione impossibile. È inevitabile perdere sincronia, poiché entrambi in momenti diversi, vogliono invariabilmente cose diverse, di conseguenza l’armonia si trasforma in dissonanza e la comprensione in incomprensione, creando attrito e allontanamento (Welwood, 2007).
I rapporti quindi, sostiene Welwood, vagano continuamente, dalla gioia della comunione io-tu, alla turbolenza di piacere e dispiacere, accordo e disaccordo, prossimità e distanza.

Cercando di definire meglio l’intimità affettiva è utile fare riferimento, come suggerisce Pasini  (1990) alla metafora della membrana porosa proposta da Winnicot (1974).
Tale membrana, protegge un nucleo centrale. Le persone in difficoltà, sono avvolte da una dura corazza che solo una maturazione personale e la conseguente acquisizione di una maggiore fiducia in sé, può scalfirla o meglio renderla permeabile agli scambi con gli altri.
Affinché, quindi, avvenga una reale condivisione,  è necessario, come sostiene lo stesso Pasini, che il nucleo o nocciolo sia duro o lo diventi, mentre il guscio e l’area intermedia che lo circonda, lo “spazio transizionale”, così definito da  Winnicot, sia permeabile e possa sovrapporsi a quello dell’altro.

corazza e nucleo molle                                 membrana permeabile e nucleo duro
(difficoltà relazionale)                                          ( reale condivisione)

Sperimentare un rapporto di intimità con l’altro, presuppone quindi, l’abbandono della corazza che protegge il nucleo più intimo, sede delle nostre segrete debolezze e vulnerabilità.
Ciò diventa  possibile, solo se l’individuo sperimenta tolleranza, accettazione verso se stesso, una forte individualizzazione e una buona dose di stima e sicurezza in sé, che permetta di far dialogare i vari aspetti della personalità. Questi, i presupposti che possono portare a  vivere lo “spogliarsi” come un opportunità e non come una minaccia o un rischio personale (Pasini, 1990).
Quindi, una buona intimità relazionale implica, una buona intimità con se stessi, un forte equilibrio personale, una certa conoscenza e consapevolezza delle proprie ombre, dei propri punti vulnerabili, che, altrimenti, rischiano di essere proiettati sull’altro, limitandone la libertà.

Lo spazio dell’intimità deve essere elastico: zone di autonomia e momenti di compenetrazione. Spesso, tuttavia, tale elasticità viene a mancare e l’intimità incontra diversi impedimenti.

Pasini (1990), riconosce che l’intimità è ostacolata, quando, la voglia di condividere è mossa dal bisogno più che dal desiderio.
Se infatti il desiderio, ha un carattere elastico e differito, è selettivo, si rivolge a certe situazioni o persone e non ad altre. Il bisogno è fortemente legato al soggetto e l’oggetto sul quale l’istinto si scarica è intercambiabile. L’intimità affettiva si realizza nel mondo del desiderio, non in quello del bisogno, anche se quest’ultimo è spesso presente e non riconosciuto da chi lo esprime.
Il bisogno rischia infatti, in ogni momento di accelerare eccessivamente i tempi dello scambio e di sopraffare la realtà dell’altro, riducendolo ad un puro oggetto di soddisfazione.

Secondo Pasini (1990), inoltre per poter essere intimi, bisogna  fare i conti con lapaura: il timore di fondersi con l’altro, di essere scoperti, di abbandonarsi all’intimità come ad una droga.
L’intimità, è causa di un indebolimento relativo dei limiti del sé e questo porta, anche se provvisoriamente, ad una fusione con l’altro. Le persone poco sicure, tendono a delegare ogni responsabilità all’altro e a vivere questa fusione, come una situazione pericolosa, se non angosciante.
Tali individui, continua Pasini (1990), per passare dalla prima fase sperimentata nei rapporti, del vivere per l’altro, e arrivare alla fase di vivere con l’altro,devono raggiungere e superare una tappa intermedia, quella del vivere per sé.

L’intimità della coppia, non deve finire per prevaricare i bisogni di ciascuno dei due individui. Intimità, non vuol dire fusione, ma rispetto delle reciproche autonomie.

Anche Andolfi (1999) sottolinea come, mantenere vivo un rapporto nel tempo, richieda di abbandonare un concetto di intimità fusionale e idealizzante,  secondo l’antico detto “sei la mia metà” per scoprire come far incontrare “due unità”, capaci di dialogare in modo armonico e duraturo.
Per Pasini (1990) la conquista dell’autonomia, della differenziazione, è una fase intermedia necessaria, per poter vivere una condivisione con l’altro priva di rischi per la propria individualità. Se, tale fase di sviluppo non si raggiunge, è sempre presente il rischio di fondersi con l’altro, perdendo se stessi, dipendere da lui, di abbandonarsi senza condizioni. Da qui, derivano ulteriori rischi di plagio, manipolazione.

I problemi relazionali, afferma l’autore sopraccitato Welwood (2007), iniziano, quando si immagina che, il calore che infiamma il proprio cuore non provenga da se stessi, ma dall’altra persona.
Se, ci si  rivolge agli altri, per trovare questo fondamento, finisce che si cercherà di controllarli e manipolarli affinché siano lì per noi, in modo tale da consentire a noi di consolidarci. Tuttavia, questo concentrarsi sul provare a ottenere qualcosa da loro, impedisce di poggiare sul  proprio fondamento, lasciando dipendenti dall’esterno e sconnessi all’interno (Welwood, 2007).

Quando gli individui, tuttavia non raggiungono la suddetta fase  o non sono in grado di evolvere “naturalmente” verso una maggiore autonomia, instaurano relazioni collusive in cui regnano le proiezioni reciproche e rigide modalità relazionali. Questo vissuto è sovente la manifestazione di problematiche psicologiche più profonde, in cui la crisi della realtà attuale andrebbe ricercata nei personaggi chiave della storia personale del soggetto.
Si tratta, in questi casi, di situazioni patologiche che richiederebbero un intervento psicoterapico.

Secondo Schnarch (1990), gli individui che manifestano crisi relazionali, momenti d’empasse e relativi sintomi, sono impegnati in un processo di crescita verso le autonomie individuali.
E’ proprio, afferma inoltre lo stesso autore, nel momento della crisi, che le coppie, possono iniziare a trovare non solo i propri sé individuali, ma, ad acquisire in tale processo una capacità di amore, di passionalità e  di intimità maggiore rispetto a come avrebbero mai ritenuto possibile (Schnarch, 1990).
Quando si affaccia la crisi allora, gli individui possono, secondo  Schnarch (1990), continuare a lavorare sulla loro crescita, utilizzando il  matrimonio o potremmo aggiungere la relazione duratura, come “ fitness center” per la crescita verso la differenziazione personale.
La differenziazione è un processo lungo quanto la vita, attraverso la quale si può diventare più interamente sé stessi, mantenendosi in rapporto con chi si ama.
Quindi, quanto più si differenziati, più è forte il  senso di un sé differenziato e meglio è possibile riuscire nei conflitti di coppia a rimanere integri.

  1.  “Divenire più differenziato è probabilmente la miglior cosa che si possa fare nella vita, sia per quelli che si amano che per se stessi” (Schnarch 1990, pag.116-117

 

Il counseling psicologico con la  coppia

Una coppia in crisi con le giuste motivazioni e adeguate risorse può trarre un aiuto notevole dall’intervento psicologico di counseling.
Nel counseling psicologico di coppia, i due partner possono trovare un sostegno/accompagnamento nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza e maturità affettiva.

Secondo O’Leary (2002), uno dei principali esponenti del versante umanistico della terapia relazionale, un percorso di counseling offre infatti, ad ogni membro della coppia uno spazio sicuro in cui poter esprimere le proprie esperienze, le proprie storie e i sentimenti, creando all’interno della coppia una dimensione comunicativa funzionale all’estrinsecarsi della tendenza formativa e al recupero delle sue risorse.

L’obiettivo primo del counseling sempre secondo l’autore, è che la coppia si autoregoli e questo diventa possibile attraverso l’apprendimento di abilità comunicative che facilitino una comunicazione più autentica e quindi più intima.

Ciascuno, quindi, all’interno del percorso di counseling può trovare lo spazio, il modo e il tempo, in un clima di sospensione della quotidianità relazionale, in cui  per esprimere il proprio punto di vista, senza che l’altro si senta accusato, svilito, danneggiato in qualche modo.

Il counseling, secondo O’Leary (2002), offre infatti la possibilità di creare uno spazio mentale che includa i bisogni personali, quelli del partner e quelli della relazione, attraverso la sperimentazione e l’ apprendimento della capacità diidentificare ed esprimere i propri sentimenti, bisogni, oltre ad una maggiore capacità di un ascolto empatico dell’altro.

Tale percorso, offre alla coppia il raggiungimento di una prospettiva nuova, più autentica, che cambia il significato di un evento o di un processo e che consente l’instaurazione di un tipo di rapporto diverso, libero da costrutti rigidi che bloccano la comprensione/ comunicazione.
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Lo psicologo nel counseling di coppia, specifica lo stesso O’ Leary (2002),  ha un ruolo più attivo e creativo rispetto al counseling individuale, anche se è  sempre in secondo piano rispetto al cliente, in questo caso la coppia.
Il professionista, in particolare, nella fase iniziale:
- crea un clima nel quale entrambi i componenti della coppia possano sentirsi, liberi di poter parlare e sicuri di poter essere ascoltati;
- accoglie ogni membro della coppia con accettazione e comprensione individuale;
- sonda le aspettative, le motivazioni, le ragioni che hanno portato ognuno al counseling;
- pratica una parzialità multidimensionale, sta cioè, dalla parte di più di una persona contemporaneamente;
- pone domande facilitanti. Domande che organizzano le discussioni, che mediano, che focalizzano l’attenzione dei singoli sulla stessa questione e sui sentimenti in gioco, sui desideri autentici piuttosto che su accuse o proiezioni di paure e minacce.  Domande che fanno chiarezza, che invitano all’ascolto attento;
- approfondisce il problema e le aree annesse e la storia dei clienti,  avvalendosi in questo di diversi strumenti.
Nella fase centrale, lo psicologo è generalmente meno attivo, la coppia è maggiormente in grado di comunicare efficacemente e in grado, col sostegno dello psicologo, di ridefinire il problema presentato.
Nella fase finale, quando l’ostacolo, il problema inizialmente posto, è stato superato o si è raggiunto un accordo di fronte ad una difficoltà, spesso la motivazione al counseling psicologico diminuisce e il percorso si avvia alla conclusione.

Attraverso un intervento di counseling psicologico di coppia,  i due partner possono dunque trovare, secondo la prospettiva sopra delineata, un sostegno per procedere verso una differenziazione maggiore, trovando e sperimentando il proprio spazio prima “all’esterno” nel setting terapeutico e poi “all’interno” di sé, accrescendo in tal modo le risorse già possedute e acquisendone altre, per continuare a procedere il proprio personale percorso di coppia con maggiore consapevolezza e arrivando a sperimentare un’autentica intimità con sé stesso prima e con l’altro poi.

 

Riflessioni Conclusive
La complessità che caratterizza l’universo coppia è elevata, le unioni pur nelle loro caratteristiche comuni sono uniche e singolari. Ogni coppia è assimilabile solo a sé stessa, così come gli equilibri e il tipo di funzionamento che la caratterizzano. L’obiettivo della trattazione era infatti quello di fornire una tra molteplici prospettive con cui guardare la coppia nel suo divenire.

Il territorio d’intervento alla coppia si profila  con la stessa complessità.
L’intervento sulla coppia, in questo caso in particolare l’intervento di counseling con la coppia, presuppone una formazione adeguata da parte del professionista. La definizione degli obiettivi su cui la coppia concorderà di lavorare segue ad un’ attenta valutazione iniziale, in cui vengono sondate le motivazioni, le aspettative, individuate le risorse e gli aspetti sani su cui lavorare e quelli patologici per ricorrere a eventuali invii psicoterapeutici o psichiatrici. Valutazioni queste che solo un professionista con una competenza psicologica consolidata può fare.

BIBLIOGRAFIA

  • Alberoni F. Innamoramento e amore, Garzanti, Milano 1979.
  • Andolfi M. La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale. A cura di, Raffaello Cortina Editore, 1999.
  • Minolli M., Coin R. Amarsi, amando. Per un psicoanalisi della relazione di coppia. Borla, 2007.
  • O’ Leary Charles J. Counseling alla coppia e alla famiglia. Un approccio centrato sulla persona. Erikson, Trento, 2002.
  • Pasini W. Intimità al di là dell’amore e del sesso. Mondadori, 1990.
  • Schnarch D., La passione nel matrimonio in Andolfi M. La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-
    relazionale. A cura di, Raffaello Cortina Editore, 1999.
  • Winnicot D. Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974.
  • Whitaker, Le funzioni del matrimonio,  in Andolfi M. La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale. A cura di, Raffaello Cortina Editore, 1999.

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