Counseling Psicologico

Il Counseling Psicologico al servizio delle problematiche alimentari.

Pubblicato il 08/02/2014 da

 PROBLEMATICHE-ALIMENTARI_ARTICOLINel corso dell’ultimo secolo,  il rapporto tra l’individuo e il cibo si è complicato notevolmente (Cuzzolaro, 2004) e l’incidenza dei disturbi del comportamento alimentare è aumentata notevolmente, anche se c’è ragione di credere che una parte di questo aumento sia dovuta alla maggior sensibilizzazione e comunicazione di tali disturbi (Striegel-Moore e Bulik, 2007).

I Disturbi dell’Alimentazione (DA) sono caratterizzati da grossolane alterazioni del comportamento alimentare e costituiscono attualmente una delle dieci principali cause di disabilità tra le giovani donne (Striegel-Moore e Bulik, 2007).

L’ultima versione del DSM- IV-TR (APA, 2000) identifica tre sindromi principali: Anoressia Nervosa (AN), Bulimia Nervosa (BN) e Disturbi dell’Alimentazione non altrimenti specificati (DANAS, o Eating Disorders Not Otherwise Specified, EDNOS).
Tra tali sindromi, dette anche atipiche, parziali o subliminali, troviamo il Disturbo da Alimentazione Incontrollata o Binge Eating Disorder (BED) descritto nella sezione B del DSM-IV-TR, quale categoria che necessita di ulteriori studi che ne dimostrino la fenomenologia, incidenza, decorso, etc.

L’Obesità, invece, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non è riconosciuta come un disturbo del comportamento alimentare, vista la sua derivazione da cause metaboliche e genetico-endocrine (20-25%), oltre che socio-culturali ed individuali; resta comunque uno dei più difficili problemi medici e psicologici della società moderna.

Dati epidemiologici ci dicono che “nei paesi industrializzati, compresa l’Italia, ogni 100 ragazze in età di rischio (12-25 anni), 8-10 soffrono di qualche disturbo del comportamento alimentare” (Cuzzolaro, 2004, pag.49).  Il sesso femminile costituisce un potente predittore dell’anoressia e della bulimia nervosa, mentre lo è debolmente per il BED, per il quale le differenze di prevalenza tra maschi e femmine sono meno rilevanti (Striegel-Moore e Bulik, 2007). Rispetto all’obesità, l’OMS, in un rapporto del 2001, parla di globesity, (miscela di global e obesity), riferendosi all’epidemia che sta interessando il 50% della popolazione adulta dei paesi industrializzati (Cuzzolaro, 2006).

La crescente prevalenza dei disturbi del comportamento alimentare nelle società occidentali ed il fatto che tali cambiamenti si siano verificati in un arco temporale relativamente breve, suggerisce che i fattori  implicati nell’insorgenza e mantenimento di tali problematiche non siano solo di natura metabolica o genetica, ma anche psicologica ed ambientale.

Ma quali sono i fattori di rischio “causali” dei disturbi dell’alimentazione?

Cuzzolaro (2004) suggerisce una distinzione tra fattori predisponenti a lungo termine, fattori precipitanti e fattori perpetuanti la sindrome.

Tra i fattori predisponenti di tipo individuale, si rileva innanzitutto il genere (femminile) e l’età (adolescenza, prima giovinezza), mentre rispetto al patrimonio genetico, sono state fornite diverse prove a sostegno del fatto che anoressie, bulimie e binge eating disorder sono più frequenti in quelle famiglie dove altri membri hanno già presentato il problema.

Tra gli aspetti psicologici e di personalità, risultano contribuire allo sviluppo dei disturbi alimentari: la bassa autostima, l’insoddisfazione corporea, alti livelli di nevroticismo, tratti ossessivi e perfezionismo.

Rispetto al primo, è stato confermato che le ragazze con bassa autostima hanno più probabilità di sviluppare un disturbo dell’alimentazione (Polivy e Herman, 2002); il DSM-IV-TR riporta infatti come criterio diagnostico comune all’anoressia e alla bulimia, l’indebita influenza della forma e del peso corporeo sui livelli di autostima: in particolare, la dieta, altamente soggetta ad interruzioni che portano ad abbuffarsi, ne produce spesso un abbassamento ulteriore, contribuendo in maniera più specifica al disturbo stesso.

Per quanto riguarda l’insoddisfazione corporea, i modelli che sostengono un’eziologia multifattoriale alla base dei DA, assegnano ad essa un ruolo causale: quanto più è intensa quest’insoddisfazione, tanto più è probabile che ci si impegnerà in tentativi di perdere peso (Polivy e Herman, 2002).

Le pressioni del gruppo dei pari, della famiglia, dei media e alcune caratteristiche psicologiche come l’ansia, portano infatti molte giovani donne a giudicarsi grasse indipendentemente dal loro peso reale, ad avere una percezione distorta della propria immagine corporea e ad affidare al tentativo di dimagrire, la soluzione di problemi di varia natura.

Il perfezionismo, è correlato nei soggetti con DA all’ossessione per il cibo, peso e forma corporea; un sondaggio di Sunday et al. (1995) rileva infatti che il 74% di essi è preso da tali pensieri per più di 3 ore al giorno e che il tentativo di sopprimerli spesso non ha alcun successo.

Altro predittore dei disturbi alimentari, è il nevroticismo: nei soggetti con un DA, le emozioni negative ed i sentimenti negativi verso se stessi, sono più intensi e più frequenti (rispetto a quanto avviene nei soggetti asintomatici) e vengono incanalati in maniera più specifica verso il corpo (Polivy e Herman, 2002).   Non solo, studi scientifici suggeriscono che i pazienti con disturbi dell’alimentazione, spesso ne fanno uno strumento di regolazione delle proprie emozioni (Macht, 2008) e che la restrizione alimentare, gli episodi di alimentazione incontrollata o il vomito autoindotto, costituiscono degli indici della propria forza di volontà e della propria capacità di esercitare il controllo almeno in un ambito circoscritto della propria vita (McNamara, Chur-Hansen, Hay, 2008).

L’assunto di base dell’emotional eating (alimentazione emozionale), molto comune nei soggetti obesi, è che le emozioni negative inducono a mangiare e che mangiando esse subiscono una riduzione (Macht, 2008).

Rispetto ai fattori familiari, uno studio di Polivy e Herman (2002) mostra come le famiglie di pazienti con un DA siano invischiate, rigide, invadenti, ostili, tendenti a negare i bisogni emozionali del paziente, eccessivamente interessate alle genitorialità  e spesso incapaci di favorire l’autonomia dei figli (Cuzzolaro, 2004). Tra i fattori di tipo socio-culturale, invece, risulta in primis l’abbondanza di cibo nei paesi occidentali: una “cultura dell’abbondanza” può infatti aumentare il rischio di insorgenza di un DA, ma il suo effettivo sviluppo dipende poi dai altri fattori, tra cui il grado di interiorizzazione di ideali di magrezza e bellezza socialmente condivisi. La pressione dei media, attraverso i continui richiami alla magrezza, la denigrazione del sovrappeso e l’attenzione sproporzionata all’apparenza, così come l’influenza dei pari (Polivy e Herman, 2002), assumono infatti un ruolo importante nella genesi dei disturbi alimentari.

Relativamente ai fattori precipitanti dei DA, Cuzzolaro (2004) sostiene che non si differenzino sostanzialmente da quelli riconosciuti per altre malattie psichiatriche: lutti,  separazioni, minacce alla stima di sé, alterazioni dell’equilibrio famigliare, esperienze sessuali, traumi, abusi e, in alcuni casi, malattie fisiche acute.

I fattori perpetuanti, invece, vengono classificati  in due categorie: i guadagni secondari legati alla malattia (attenzioni speciali da parte dei familiari ed evitamento di situazioni vissute come stressanti) e gli effetti del digiuno e della perdita di peso, che rafforzando la concentrazione sul cibo e sul corpo, alterano ulteriormente la percezione del proprio aspetto, innescando crisi bulimiche responsabili di emozioni negative (es. il senso di colpa) che il soggetto tenterà di alleviare ricorrendo a condotte di tipo purgativo (Cuzzolaro, 2004).

Data la varietà dei meccanismi implicati nell’insorgenza e mantenimento delle problematiche alimentari, è necessario che ad un corretto programma di educazione alimentare, venga associato un sostegno psicologico, indispensabile ai fini dell’assunzione di un regime alimentare sano.

È fondamentale, quindi, che i disturbi alimentari vengano gestiti mediante un approccio multidimensionale (bio-psico-sociale)  (Bosello, Cuzzolaro, 2006) che preveda: interventi volti a modificare con mezzi psichici (parola e relazione terapeutica) le false credenze e le illusioni dei soggetti che ne sono affetti; interventi ambientali (psicoterapia familiare e programmi di prevenzione rispetto a fattori di rischio micro e macrosociali) e di tipo medico-biologico (Cuzzolaro, 2004).

Il percorso diagnostico-terapeutico-riabilitativo dei pazienti con DA dovrebbe perciò includere sia gli aspetti psichiatrici e psicologici, sia quelli nutrizionali e fisici, sia quelli socio-ambientali; dovrebbe inoltre garantire il coinvolgimento attivo degli utenti e dei familiari, la gestione specifica per età e per disturbo, la presenza di personale esperto e formato sui DA  (nutrizionisti clinici, internisti, psicoterapeuti, psicologi, dietisti, medici generali) ed il trattamento di eventuali comorbidità e conseguenze del disturbo.

Purtroppo, ancora oggi la figura dello psicologo appare spesso come “l’ultima spiaggia” a cui approdare a seguito di svariati tentativi (fallimentari) di gestione, o meglio, “controllo” del proprio peso.

Probabilmente, tale condizione è legata all’illusione delle persone che si sentono troppo grasse, che esistano trattamenti efficaci a tal punto da consentire di mangiare qualunque cosa senza ingrassare; in realtà, allo stato attuale delle cose, non esiste alcuna pillola o terapia farmacologica che consenta di raggiungere e mantenere un peso ottimale senza una modificazione delle abitudini alimentari e dello stile di vita” (Medde, Spicap).

Attraverso un percorso di counseling psicologico, è possibile intervenire sul sistema di false credenze che regolano la relazione tra il soggetto e il cibo ed accompagnare la persona verso un cambiamento.

Il counseling psicologico può essere efficace nel trattamento delle problematiche alimentari, partendo da alcune considerazioni:

  • l’alimentazione è un comportamento (alterato nei disturbi alimentari) che, in quanto tale, può essere modificato;
  • lo  psicologo è consapevole che il cibo viene spesso investito di significati psicologici univoci ed individuali;
  • lo psicologo sa come lavorare sul conflitto, sull’autostima e sulla motivazione, fattori fortemente implicati nell’insorgenza e nel mantenimento dei disturbi alimentari.
  • il Counseling Psicologico è un intervento che supporta il cliente nella presa di coscienza dei propri bisogni, desideri ed emozioni e nella formulazione di obiettivi realistici; favorisce l’empowerment e  potenzia la motivazione al cambiamento.Inoltre, attraverso un lavoro di definizione di obiettivi ed individuazione degli ostacoli, può portare il cliente a modificare il proprio stile di vita e ad assumere, di conseguenza, un regime alimentare sano.

La necessità di intervenire sullo stile di vita del cliente è legata alla dimostrazione che i DA, in particolare l’anoressia e la bulimia, diventano spesso dei “modi di esistere e di agire” che si realizzano attraverso il rito del “far entrare o non far entrare il cibo nel corpo” (Rocca, Stendoro, 2006).

Herman e Polivy (1984) affermano che i cosiddetti “dieter” (le persone perennemente a dieta) fanno della loro gestione alimentare uno stile di vita: attraverso un esperimento, essi dimostrano che la dieta favorisce una perdita di controllo, che a sua volta aumenta la preoccupazione per il peso ed il cibo, predisponendo di nuovo alla restrizione (Restrizione > disinibizione > colpa/allarme > restrizione).  Il rischio maggiore, in questi casi, è di innescare quel fenomeno di continuo ingrassamento e dimagrimento che gli scienziati definiscono «weight cycling syndrome» o «dieta yo yo», responsabile di una modificazione del rapporto percentuale tra massa magra e massa grassa, rapporto che costituisce un importante indicatore di salute.

Nei soggetti che intraprendono una dieta, il meccanismo fisiologico della fame-sazietà subisce un’alterazione: le inadeguate abitudini alimentari dell’essere umano, causano infatti una rottura di questo equilibrio, inducendolo a mangiare non per fame, ma per appetito.

Non solo, la rigidità che implica un regime alimentare restrittivo (conteggio delle calorie, preoccupazione eccessiva per il peso corporeo, attenzione agli orari dei pasti, suddivisione dei cibi in “buoni” e “cattivi”) induce spesso ad un meccanismo di dipendenza e alla convinzione di non poter gestire autonomamente la propria alimentazione, provocando un ulteriore abbassamento dell’autostima.

Il dott. Riccardo Dalle Grave, presidente di AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso), ritiene infatti che un efficace programma di perdita e di mantenimento del peso perduto, non dovrebbe prevedere esclusivamente una dieta prescrittiva, ma anche aiutare l’individuo a lavorare sui processi mentali che ostacolano la perdita e il mantenimento del peso (Dalle Grave, Pasqualoni, 2011).

Attraverso un intervento di tipo psicoeducativo, il Counseling Psicologico può modificare proprio le componenti emotive e psicologiche che influenzano il comportamento alimentare.

Il primo step, dopo aver analizzato la richiesta del soggetto, è quello di ricostruire la storia del peso: ad esempio, partendo da un aumento di peso significativo, si cerca di capire cosa è accaduto nella vita del cliente, poiché le singole variazioni di peso, se ricollegate ad avvenimenti specifici, possono essere indicative delle modalità del soggetto di farvi fronte; si procede con una valutazione della tipologia ed intensità dell’attività fisica e con un indagine dei trattamenti (farmacologici e non) già effettuati per controllare il proprio peso. A seguire, si va ad indagare la motivazione al cambiamento.

A tal proposito, Pelletier e Dion (2007) dimostrano che la motivazione autodeterminata e l’autodeterminazione nella vita in generale, è positivamente associata alla regolazione autonoma dei comportamenti alimentari e negativamente correlata alla regolazione controllata degli stessi. Una volta concordato l’obiettivo da raggiungere, si insegneranno al cliente alcune tecniche di autocontrollo, tra cui quella del DIARIO ALIMENTARE, ottimo strumento di monitoraggio del comportamento alimentare e dei pensieri e/o emozioni che lo accompagnano. Attraverso un lavoro per obiettivi, il soggetto giungerà gradualmente ad uno stile alimentare consapevole che gli permetterà di ricominciare a riconoscere i segnali della fame e della sazietà e di mangiare con gusto, senza provare sensi di colpa.

Bibliografia:

American Psychiatric Association (2000). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder (4th- TR), Waschington: DC: The American Psychiatric Association; trad. it., Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali  (DSM-IV-TR), Milano: Masson, 2002.

Bosello, O., Cuzzolaro, M. (2006). Obesità e sovrappeso. Bologna: Il Mulino

Cuzzolaro, M. (2004). Anoressie e Bulimie. Bologna: Il Mulino.

Dalle Grave, R., Pasqualoni, E. (2011). Perdere peso con gusto. 100 ricette AIDAP per perdere e mantenere il peso. Editore: Positive Press

Fairburn, C.G., Harrison, P.J. (2003). Eating disorders. The Lancet, 361, pp.407-416.

Herman, C. P., Polivy, J., (1984). A boundary model for the regulation of eating. In A. J. Stunkard (ed.), Eating and Its Disorders (pp.141-156). New York: Raven Press.

Macht, M. (2008). How emotions affect eating: A five way model. Appetite, 50 (1), pp.1-11.

McNamara, C., Chur-Hansen, A., Hay, P. (2008). Emotional Responses to Food in Adult with an Eating Disorder: A Qualitative Exploration. European Eating Disorders Review, 16 (2), pp.115-123.

Pelletier, L.G., Dion, S.C. (2007). An examination of general and specific motivational mechanism for the relations between body dissatisfaction and eating behaviors. Journal of Social and Clinical Psychology, 26 (3), pp.303-333.

Polivy, J., Herman, C.P. (2002). Causes of Eating Disorder. Annual Review of Psychology, 53 (1), pp. 187-213.

Rocca, R., Stendoro, G. (2006). Il counseling con l’intervento della procedura immaginativa. Roma: Armando Editore.

Striegel-Moore, R.H., Bulik, C.M. (2007). Risk Factors for Eating Disorders. American Psychologist, 62 (3), pp. 181-198.

Sitografia:

www.quotidianosanita.it;

www.progettocounseling.it.

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